L'intervento

Il senso e l'etica del mestiere del magistrato

Due recenti casi richiamano la magistratura all'etica dei comportamenti

«Io l’anima ce la metto in tutti i lavori. Per me, ogni lavoro che incammino è come un primo amore», diceva Libertino Faussone, protagonista de La chiave a stella di Primo Levi. Il prototipo dell’operaio che ritrova nel “lavoro ben fatto” il piacere e il senso dell’esistenza: «Il termine “libertà” ha notoriamente molti sensi, ma forse il tipo di libertà più accessibile, più goduto soggettivamente e più utile al consorzio umano, coincide con l’essere competenti nel proprio lavoro, e quindi nel provare piacere a svolgerlo».

Ma in tutti i lavori si deve, o dovrebbe, condividere l’etica dell’amore per ciò che si fa.

E, per i magistrati, la consapevolezza che la professione deve basarsi sul rispetto delle regole deontologiche, e che di tale etica fa parte la dimensione “individuale” dell’indipendenza di ciascuno: l’essere e il sentirsi – prima di apparire – magistrato indipendente.

È il valore dell’indipendenza interna che richiama il codice deontologico dell’Associazione nazionale magistrati fra i criteri ispiratori della condotta dei magistrati «nello svolgimento delle funzioni» e «nell'esercizio di attività di autogoverno».

Un valore che si acquisisce e che cresce con la consapevolezza del senso e dei limiti della funzione, e che si mantiene vivo con la pratica dei comportamenti quotidiani, nei quali i magistrati dimostrano cura per il lavoro e rispetto per la funzione indipendente rappresentata.

La vicenda di cronaca riguardante una scuola di preparazione al concorso deve indurre tutti a riflettere sui limiti e sui rischi dell’attuale sistema di accesso alla professione.

Un sistema di accesso finalizzato alla mera preparazione tecnica e che non investe sulla crescita collettiva dei valori dell’etica che devono sempre sostenere le aspettative individuali degli aspiranti magistrati.

Un sistema nel quale, facendo leva proprio sulle aspirazioni ed aspettative individuali, si possono proporre modelli di comportamento che minano alla radice la formazione di un’etica comune e l’equilibrio e la consapevolezza della complessità della funzione a cui si aspira.

Grave è la vicenda relativa all’abrogazione della norma che poneva limiti temporali all’assunzione di incarichi dirigenziali e di fuori ruolo agli ex consiglieri, effettuata con l’inserimento nella recente legge finanziaria approvata alla Camera, secondo quanto riportato della stampa dopo una prima bocciatura al Senato. Una vicenda che provoca un danno oggettivo all’immagine della magistratura, a prescindere dall’opinione che si può avere in merito all’opportunità di tali limiti.

È difficile infatti per un cittadino intravedere una ragione di interesse generale − che siano esigenze di funzionalità della giurisdizione o di qualità del servizio che rendiamo alla collettività − sufficiente a motivare una modifica intervenuta al di fuori di ogni riflessione sull’opportunità o l’adeguatezza di disposizioni volte ad evitare il sospetto che le decisioni dei consiglieri prossimi alla fine del mandato siano influenzate da aspettative di carriera. È invece sin troppo facile sospettare che una modifica con effetto immediato, scivolata negli interstizi della legge finanziaria, sia collegata ad aspettative di vantaggio per singoli consiglieri uscenti, alimentando così l’immagine di una magistratura con il “cappello in mano” di fronte alla politica.

Una magistratura che non interloquisce come soggetto collettivo per rivendicare, in un confronto aperto con la politica, gli interventi necessari ad assicurare alla giustizia le necessarie risorse e ai magistrati migliori condizioni di lavoro ma nella quale “ognuno” si preoccupa di raccogliere vantaggi per sé e per la sua “categoria” di appartenenza. Ed è per questo disponibile ad acquisire una “contiguità” con il potere politico, incompatibile con l’etica della nostra professione e con quell’ indipendenza soggettiva che ne è parte essenziale.

È compito della magistratura associata rivendicare per la collettività, per i giovani che aspirano a diventare magistrati, e per coloro che da poco hanno realizzato quest’aspirazione, un modello diverso e positivo di magistrato, che sappia ritrovare nel “lavoro ben fatto” il senso e l’etica del proprio “mestiere”.

La voce di Magistratura democratica opererà in questa direzione.

L’Esecutivo di Magistratura democratica

 

*L'intervento è stato pubblicato su Il Dubbio del 12 gennaio 2018

11 gennaio 2018
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