Il “caso Calabria”

Le risposte che servono alla Calabria

di Stefano Musolino
sostituto procuratore della Repubblica - DDA di Reggio Calabria
componente Esecutivo Md
Con dolo o con colpa, si alimenta il messianismo della repressione penale, torcendola a finalità che le sono estranee e perdendo così di vista l’essenza dei problemi economici e culturali che sono la causa della pervicace resistenza della ‘Ndrangheta

 

C’è un Giudice in Calabria. Molti sembrano averlo dimenticato, ma in queste ore giovani magistrati addetti al Tribunale del Riesame stanno valutando gli esiti dell’indagine cosiddetta Rinascita-Scott.

Molti di loro sono alla prima esperienza professionale, dopo il tirocinio, e dovranno emettere una decisione con i tempi strettissimi imposti dalla normativa vigente. Il loro lavoro meriterebbe maggiore rispetto ed attenzione da parte di chi, dentro e fuori la magistratura, interpreta le più recenti dinamiche in termini di tifo pro e contro.

Forse non è un caso se la Corte di Appello di Reggio Calabria continua a vedere i propri effettivi in organico assottigliarsi, mentre aumentano i carichi di lavoro. Fare il tifo è più comodo che prendersi le responsabilità, anche dentro la magistratura.

Sia chiaro: l’enfasi comunicativa sugli esiti delle indagini ha una nobile funzione di esortazione della cittadinanza a liberarsi dal giogo mafioso, mettendo in crisi la mitologica invincibilità della ‘Ndrangheta, mentre l’ottimo lavoro svolto dalla Procura di Catanzaro mette a nudo, ancora una volta, le commistioni di interessi che segnano la classe dirigente e quella politica calabrese, nell’ambito di ambigue stanze di compensazione. Si tratta, tuttavia, di accertamenti ancora precari che necessiteranno delle ulteriori verifiche giurisdizionali.

Ma, soprattutto, la liberazione della provincia vibonese dalla ‘Ndrangheta non dipenderà affatto dagli esiti del procedimento avviato dalla Procura di Catanzaro. Pur indugiando su discutibili effetti palingenetici dell’indagine, si tratta di una verità riconosciuta anche da Nicola Gratteri che, infatti, sollecitava la società civile ad occupare i nuovi spazi di libertà che le misure cautelari, concesse dal Gip, garantivano.

Da anni nei distretti calabresi si susseguono investigazioni sempre più complesse e approfondite che stanno progressivamente colmando il gap di conoscenza di un fenomeno criminale che solo per grandi linee può essere sovrapposto a quello di Cosa Nostra. Vi è, infatti, una specificità propria della ‘Ndrangheta che è dipesa dalla sua scelta storica di non entrare in contrapposizione con lo Stato e le classi dirigenti sociali, ma di venire a patti e di essere, così, riconosciuta da costoro interlocutore facoltoso e potente. La società calabrese, tuttavia, non sembra avere invertito la rotta, nonostante le misure cautelari emesse, le condanne e confische inflitte in plurimi procedimenti penali.

Anzi, le più recenti statistiche dimostrano un’incontenibile diaspora giovanile, sintomo più evidente di una comunità che ha perso la prospettiva di un futuro migliore. Una società più vecchia, più povera, disgregata e frammentata, con i peggiori servizi sociali.

Diventa, così, comodo confidare nell’azione salvifica di imponenti azioni giudiziarie, senza mettere mai al centro dell’agenda politica le problematiche strutturali che relegano la Calabria ai margini economici e politici del Paese. Ma è comodo anche per i calabresi limitarsi a fare il tifo per le Procure DDA o per la ‘Ndrangheta, senza nemmeno chiedersi quanto si è disposti a perdere per combattere queste battaglie, senza rischiare nulla, come se la generosa sovraesposizione di pochi potesse salvare tutti.

Con dolo o con colpa, si alimenta così il messianismo della repressione penale, torcendola a finalità che le sono estranee e trascurando i devastanti effetti personali, economici e, quindi, sociali e culturali che ne discendono. E si perde di vista l’essenza dei problemi economici e culturali che sono la causa della pervicace resistenza della ‘Ndrangheta, deresponsabilizzando le istituzioni chiamate a creare le condizioni per investimenti strutturali che possano risollevare la Calabria dalla sua atavica povertà economica. In questa, ancora oggi, il giovane calabrese che guardi al suo futuro si trova ad avere come interlocutori affidabili la ‘Ndrangheta o la peggiore politica della clientela che va a braccetto con la prima.

Se non vogliamo vederli partire ancora questi giovani, se non vogliamo vederli partire tutti, dobbiamo dargli altre opportunità, altre risposte. E indagini come l’ultima della Procura di Catanzaro sono solo una parte di queste risposte e – ahimè – neppure la più importante.

Intanto, a Catanzaro, giovani magistrati del Tribunale del Riesame provano a dare risposte tempestive ad istanze di revoca delle misure cautelari di recente imposte, mentre a Reggio Calabria più anziani colleghi della Corte di Appello, in numero sempre minore, tentano di garantire la celebrazione di complessi processi a carico di imputati detenuti. È questa la magistratura calabrese che andrebbe celebrata, perché fa dell’ordinaria emergenza un’occasione per dare risposte quotidiane di credibilità istituzionale, fondata sul silenzioso e discreto sacrificio personale. Un esempio per tutti!

 Articolo pubblicato da Il Manifesto
edizione del 31 dicembre 2019

2 gennaio 2020
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