Il progetto di Magistratura democratica

Verso il Congresso

di Esecutivo nazionale di Magistratura democratica
Ritrovare le ragioni dell’unità associativa, ricostruendo un'identità collettiva e plurale; chiamare tutti i magistrati ad un’assunzione di responsabilità per la difesa dei valori della giurisdizione e dell’esperienza unica del nostro associazionismo, vero e proprio motore di democratizzazione della magistratura e baluardo della sua indipendenza; avviare un percorso di riflessione comune sui valori fondamentali dell’etica, della deontologia e della professionalità; condurre un'analisi severa dei cambiamenti culturali che sono alla base di una caduta della tensione ideale, denunciando i punti oscuri ove si annidano i germi delle degenerazioni. Sono questi i tasselli di cui si compone il progetto di Magistratura democratica, per trovare una via di uscita dalla crisi.

Non ci chiediamo più – scrive Tony Judt – di una sentenza di tribunale o di una legge, se sia buona, se sia equa, se sia corretta, se contribuirà a rendere migliore la società, o il mondo. Erano queste un tempo le domande politiche per eccellenza, anche se non era facile dare una risposta: dobbiamo reimparare a porci queste domande”.

Reimparare a porsi domande sulla giustizia, sul diritto, sui diritti delle persone e sulla magistratura che vorremmo: di qui deve iniziare di nuovo la strada di Magistratura democratica e dell’associazionismo giudiziario tutto.

Per questo motivo, nell’attuale crisi della magistratura e della giurisdizione, sentiamo l’urgenza di avviare un percorso congressuale che metta di nuovo al centro della riflessione del gruppo quella “concretissima sofferenza” per la giustizia e per il nostro modo di interpretarla e di essere giudici.

Viviamo un passaggio storico spinoso, caratterizzato dall’incedere di populismi che erodono dall’interno le democrazie costituzionali, costruiscono mentalità e politiche autoritarie e, al contempo, privano di dignità le persone e i loro corpi: poveri, migranti, stranieri, detenuti, malati, disabili, ‘matti’, donne, persone discriminate per il loro orientamento sessuale o per la loro identità di genere.

Gli otto minuti e quarantasei secondi di agonia di George Floyd, ucciso dalle forze di polizia il 25 maggio 2020 a Minneapolis (Minnesota, USA), rappresentano plasticamente la minaccia della nuda forza quando prende il sopravvento sul diritto e i pericoli collegati alla perdita di egemonia della cultura delle garanzie e dei diritti inviolabili.

Di fronte a questi processi – che si sviluppano in maniera più o meno virulenta nel mondo, in Europa e in Italia – la magistratura associata italiana si è presentata nel suo stato peggiore.

Le inchieste perugine e i loro corollari pubblici hanno evidenziato la trasformazione dell’associazionismo giudiziario da fattore di emancipazione della magistratura dalla sua condizione di subalternità a elemento di debolezza esterna e interna. È questo il vero punto nevralgico della crisi strutturale che investe la magistratura ed è a questo che vogliamo reagire e offrire risposte credibili.

La credibilità passa, in primo luogo, da una strada obbligata: il rifiuto della logica secondo cui la magistratura possa rigenerarsi con i soli processi ai responsabili dello ‘scandalo’. È vero che non siamo tutti uguali, ma è altrettanto indubitabile che la crisi messa in luce dalla ‘vicenda Palamara’ nasce da una miscela che pervade tutta le componenti della magistratura e che si compone di tanti elementi: ritorno della gerarchia e di una visione gerarchica delle funzioni e della dirigenza, aspirazioni carrieristiche, conformismo, collateralismo con la politica.

Ne è stata immune la storia recente del nostro gruppo? Dobbiamo rispondere con sincerità di no e lo facciamo, al contempo, rivendicando con orgoglio le ragioni ispiratrici di Magistratura democratica, la sua storia e i motivi di una appartenenza.

In quattro anni di dirigenza ci siamo battuti per quelle ragioni e per quella storia, coltivandole attraverso un dibattito culturale e politico schietto, che ci ha condotto in maniera trasparente a criticare scelte di fondo delle maggioranze di ogni colore politico.

Abbiamo provato a dare corpo e voce a istanze democratiche in tutti i campi del diritto: dall’immigrazione al carcere, dal lavoro ai diritti del corpo, quali espressione dell’affettività e della sessualità. Lo abbiamo fatto con dibattiti, interventi sulle riviste dai noi promosse (Questione Giustizia, Diritto, Immigrazione e Cittadinanza), convegni, provocazioni culturali. Abbiamo perseguito con convinzione – rimarrà la nostra bussola – l’apertura all’esterno, ai movimenti culturali e sociali, alle altre figure professionali del variegato mondo della giustizia e del diritto (avvocatura, università). Ci siamo mobilitati, per la seconda volta nella nostra storia, a difesa della Costituzione repubblicana, rilegittimata dal referendum del 4 dicembre 2016. In quella Costituzione c’è anche il progetto di magistratura e di giurisdizione nel quale si riconoscono i giudici italiani.

Troppe volte, però, derive elitarie e leaderistiche, cedimenti difensivi a logiche di schieramento e deleghe ai ‘migliori’ hanno impedito a questo gruppo una pienezza e franchezza di discussione democratica, sia al nostro interno che nel dibattito associativo.

Non abbiamo fatto sentire forte la nostra voce critica – o, comunque, lo abbiamo fatto poco – su logiche di compatibilità e del compromesso, governo dell’esistente, scelte riduttive dell’autonomia e dell’indipendenza, interne ed esterne. Nodi risalenti sono arrivati al pettine e vanno rimossi.

È giunto il momento di iniziare un nuovo percorso.

Crediamo in una magistratura progressista che, in quest’epoca di accresciute diseguaglianze e di moltiplicate povertà, sappia declinare di nuovo, accanto a progetti di efficienza e organizzazione, la volontà di inverare il progetto costituzionale di difesa dei diritti delle persone, soprattutto di quelle più svantaggiate, degli ultimi.

Per realizzare questo progetto sono necessarie alcune precondizioni. La prima, la più importante: tornare alla magistratura come potere diffuso e orizzontale, libero da logiche gerarchiche, reali o simboliche.

Per centrare l’obiettivo è necessario un nuovo associazionismo, un nuovo modo di stare insieme.

L’esperienza del nostro associazionismo giudiziario è un bene prezioso, da difendere e rivendicare insieme ai valori che lo hanno reso un fattore di crescita di tutta la magistratura e della sua identità collettiva: l’unità associativa e il pluralismo delle idee. Valori, questi, oggi minacciati dalle proposte di riforma della legge elettorale del Consiglio Superiore della Magistratura, dalla riconfigurazione del panorama associativo e da dinamiche che rappresentano fattori convergenti di spinta verso la polarizzazione e l’esclusione di chi non si omologa a tale processo.

La ricerca di una via di uscita dalla crisi passa necessariamente attraverso la ricostruzione dell’identità collettiva e plurale: un nuovo percorso di riflessione comune sui valori fondamentali dell’etica, della deontologia e della professionalità, di analisi severa dei cambiamenti culturali che sono alla base di una caduta della tensione ideale, di denuncia e presa di distanza dai punti oscuri ove si annidano i germi delle degenerazioni.

In un contesto che rimette in discussione l’assetto costituzionale della magistratura e del sistema di autogoverno, dobbiamo e vogliamo essere ambiziosi: ritrovare le ragioni dell’unità associativa; chiamare tutta la magistratura e tutti i magistrati ad un’assunzione di responsabilità per la difesa dei valori della giurisdizione e dell’esperienza unica del nostro associazionismo unitario, vero e proprio motore della democratizzazione della magistratura e baluardo della sua indipendenza.

Sentiamo l’urgenza di ribadirlo con forza, in un panorama caratterizzato da riemergenti opzioni nazionalistiche e populiste, che hanno portato, e rischiano di portare, allo smantellamento progressivo delle garanzie di indipendenza dei sistemi giudiziari anche nei Paesi membri dell’Unione Europea.

Proprio nell’associazionismo giudiziario i magistrati europei hanno acquisito crescente consapevolezza dei valori in gioco e sviluppato capacità di vigilanza nell’individuazione dei segnali precoci di regressione democratica. È attraverso l’impegno associativo comune che i magistrati europei svolgono un’azione di sostegno alle magistrature e alle associazioni nazionali, per far fronte agli attacchi portati alla loro indipendenza e alle loro libertà. È in questo impegno comune che si sono rafforzate l’identità del giudice europeo e il suo senso di appartenenza a una comunità di diritto, fondata sul primato dei diritti e dello Stato di diritto. Un percorso irreversibile che, con il contributo di tutti, la giurisdizione deve continuare a compiere, verso l’effettiva realizzazione di uno spazio comune di Giustizia.

Per questi motivi, è ormai venuto il tempo, per noi, di ridare slancio a un nuovo progetto in tutti i campi, dall’autogoverno all’ANM, e di immaginare una vita associativa in cui la democrazia interna non si risolva a momento elettorale e alla sola delega ai capi.

Dobbiamo ripensare allo statuto del gruppo, per conciliare in maniera innovativa la sua storica forza ideale con il tramonto del “secolo breve”. Dobbiamo pensare a nuovi modi di partecipare alla vita del gruppo, a partire dalle iscrizioni.

Al congresso di Bologna, nel novembre del 2016, abbiamo iniziato un percorso che nel prossimo autunno avrà la sua scadenza naturale. Gli eventi di quest’ultimo anno ci impongono di valutare la possibile anticipazione di questa data e, comunque, di avviare sin d’ora il dibattito, in tutte le sezioni e fra tutti gli iscritti.

14 luglio 2020
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