De André,
cantautore degli “ultimi”

C’è poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore, anche perché non sono ancora riuscito a capire bene, malgrado i miei cinquantotto anni, cosa esattamente sia la virtù e cosa esattamente sia l’errore” (Fabrizio De André). 

 

De André in Concerto

Nell’organizzare il XXII Congresso di Magistratura Democratica abbiamo pensato che aprire le tre sessioni di lavoro ascoltando le parole e la musica con cui Fabrizio De André ha cantato “gli ultimi”, siano essi rom, detenuti, prostitute, migranti o persone comunque emarginate dalla società, fosse il modo migliore per introdurre le tematiche che saranno oggetto dei lavori congressuali e che riteniamo fossero molto vive nel pensiero di Fabrizio De André, così come traspare dai testi delle sue canzoni e dalle poche interviste che ci ha lasciato.

A distanza di 20 anni esatti dalla sua morte, avvenuta l’11 gennaio del 1999, ci sembrava anche il modo per ricordare uno dei più importanti cantautori italiani, ancora ricordato come il “cantautore degli ultimi”, cercando così di colmare, solo in minima parte, quel vuoto che ci ha lasciato andandosene vita troppo presto.

Abbiamo condiviso questa nostra idea con Dori Ghezzi, con la Fondazione Fabrizio De André e con gli editori dei brani che abbiamo scelto, le società Nuvole Production e Universal Music Publishing Ricordi. Tutti hanno risposto con grande entusiasmo alla nostra richiesta e ci hanno concesso le liberatorie, autorizzandoci alla proiezione dei  videogrammi delle canzoni SMISURATA PREGHIERA, KHORAKHANE’ e IL PESCATORE, tutti tratti dall’opera “DE ANDRÉ IN CONCERTO” (DVD ed. Nuvole Production, 2004) che contiene la videoregistrazione dell’ultimo concerto che Fabrizio De André tenne a Roma al teatro Brancaccio il 14 febbraio 1998.  

SMISURATA PREGHIERA, che introdurrà la sessione di lavoro intitolata “Giudici, popolo e cittadini”, è il brano con cui si chiude l’ultimo album pubblicato da Fabrizio De André, “ANIME SALVE” uscito nel 1996. Si tratta di una canzone scritta a quattro mani da Fabrizio De André e Ivano Fossati, il cui testo è liberamente tratto dall’opera “SUMMA DI MAQROLL. IL GABBIERE” del poeta spagnolo Álvaro Mutis. È un brano nel quale De André, utilizzando le forme di una sorta di “preghiera laica” che lui rivolge ad un Signore che è anche “destino” (diceva De André: “l’avvenire è la sola trascendenza per gli uomini senza Dio”), descrive, con la sua “umanità disarmante e smitizzante” (per usare le parole di Dori Ghezzi), da un lato il mondo dei cosiddetti “inseriti”, di coloro che fanno parte di quella maggioranza che “coltiva tranquilla l’orribile varietà delle proprie superbie” e dall’altro il mondo di chi, come lui diceva di sé stesso, “viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione e che tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità e di verità”, di una umanità fatta di “servi disobbedienti alle leggi del branco” che De André affida al Signore, a cui chiede di non dimenticarsi “il loro volto, che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti”.

KHORAKHANE’, che è la canzone che anticiperà la conferenza di MEDEL dedicata alle politiche sull’immigrazione “per un’Europa dei diritti e della solidarietà”, è una canzone, anche questa scritta con Ivano Fossati e pubblicata nell’ultimo album di “ANIME SALVE”, con la quale Fabrizio De André, parlando dei rom, anticipava una escalation che nei primi anni ‘90 non era poi così facile prevedere. La canzone, che prende il titolo dal nome di un’antica tribù rom di provenienza serbo-montenegrina, è una poesia che descrive, per immagini, una storia millenaria, che agli occhi del mondo occidentale è fatta soprattutto di “spose bambine” mandate in giro per le strade delle nostre città a chiedere la carità. Su questo De André ci invita a sospendere il giudizio: “e se caritare vuol dire rubare, questo filo di pane tra miseria e fortuna…lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca il punto di vista di Dio”. La canzone si chiude con le strofe di un canto popolare rom cantato in modo intenso da Luvi De André.

Infine, IL PESCATORE, che è la canzone che introdurrà la tavola rotonda dal titolo “Le regole sotto attacco. Stato di diritto e pulsioni demagogiche”, è invece una delle prime canzoni scritte da De André, a conferma del fatto che (come diceva di sé De André, “ho poche idee ma in compenso fisse”) il suo sguardo compassionevole è sempre stato rivolto verso gli ultimi. In questo famosissimo brano De André ci narra di un pescatore (evidente è anche qui il richiamo evangelico alla figura di Gesù di Nazareth) che vede passare dinanzi a sé un uomo con “due occhi enormi di paura che eran come gli specchi di un’avventura”, il quale gli chiede: “Dammi il pane ho poco tempo e troppa fame…dammi il vino ho sete sono un assassino”. Tutti conosciamo i versi con cui De André descrive la risposta del pescatore: “Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno, non si guardò neppure intorno, ma versò il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete e ho fame” e l’assassino, dopo aver mangiato e bevuto, scappa “via di nuovo verso il vento”. Dopo di lui giungono dinanzi al pescatore “due gendarmi con le armi che chiesero al vecchio se lì vicino fosse passato un assassino”. De André non ci dice se quel vecchio pescatore rispose ai gendarmi e in che modo, ma ci lascia con l’immagine del pescatore che “all’ombra dell’ultimo sole si assopisce con un solco lungo il viso come una specie di sorriso”: in quella espressione è possibile leggere quella empatia per il “marginale”, anche quando si tratta di un delinquente, empatia che portava istintivamente De André a schierarsi dalla parte degli ultimi, appunto dei “sommersi”.

Abbiamo scelto queste tre canzoni perché ci sono sembrate una sorta di risarcimento poetico che De André ha voluto rendere alle oscure tragedie di quegli emarginati, di quella non-classe di cui, in quegli anni,  nessun si occupava, perché non era una fonte di possibili consensi. Oggi la situazione ci sembra addirittura peggiorata, perché, la sensazione che abbiamo è che, adesso, di quegli emarginati c’è chi se ne occupa o, per meglio dire, si “preoccupa”, ma solo per individuare il “nemico della società” su cui o, soprattutto, “contro” cui costruire il consenso.

Rocco Gustavo Maruotti