Martedi, 22 agosto 2017
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  Controcanto
Dodici donne per il vertice della Cassazione



Dal 20 luglio al 30 settembre si può presentare domanda per la prima presidenza e le potenziali candidature femminili, interne ed esterne al Palazzaccio, sono almeno 12. Il Csm alla “prova di genere”. Mai più un caso-Luccioli

«Mi auguro che dopo 52 anni anche una donna possa diventare primo presidente della Cassazione». L’auspicio è di Gabriella Luccioli, giudice in pensione dal 2015, con una serie di “primati” alle spalle: nel 1965 è stata una delle sei donne entrate per prime in magistratura e, nel 1988, la prima a debuttare come giudice di Cassazione. È stata anche la prima donna a concorrere al posto di primo presidente, nel 2013, ma il Csm la tagliò fuori dalla competizione sebbene fosse la favorita degli otto candidati.

Quella clamorosa esclusione – avvenuta quasi in sordina – merita di essere ricordata, oggi più che mai, alla vigilia della nomina alla più alta carica della magistratura italiana: un appuntamento al quale potrebbero presentarsi almeno 12 candidate (interne ed esterne al Palazzaccio), visto che siamo ormai alla seconda generazione di donne entrate in magistratura, età media 64 anni al netto dei prepensionamenti voluti dal governo Renzi (che in ossequio al principio della “rottamazione” generazionale ha abbassato l’età pensionabile da 75 a 70 anni).

Con questa realtà dovrà quindi fare i conti il Csm, in modo trasparente, dimostrando che le numerose “nomine rosa” a incarichi direttivi e semidirettivi (rispettivamente, 81 e 138), rivendicate finora, non sono semplicemente il minimo sindacale dovuto alle attitudini, alle competenze e alle storie delle donne candidate ma anche, e soprattutto, il frutto di una svolta culturale nel segno della parità sostanziale, e non formale, di genere. Se così fosse, e se l’appartenenza correntizia non condizionerà l’assegnazione dei cinque posti di vertice vacanti dal prossimo 1° gennaio, forse stavolta la prima presidenza della Cassazione potrebbe finire ad una donna. Un auspicio giustificato esclusivamente dal fatto che i profili professionali di alcune delle potenziali candidate sono di altissimo livello.

La partita si è aperta il 5 luglio scorso, quando il plenum del Csm ha “pubblicato” i posti di primo presidente, presidente aggiunto, procuratore generale e procuratore aggiunto presso la Cassazione nonché quello di presidente del Tribunale superiore delle acque pubbliche, disponendo che le candidature potranno essere presentate dal 20 luglio al 30 settembre. A parte la carica di presidente del Tribunale superiore delle acque pubbliche, stiamo parlando del gotha della magistratura, tant’è che primo presidente e procuratore generale della Cassazione siedono di diritto al Csm e sono membri del Comitato di presidenza, che ha poteri incisivi sull’organizzazione e la conduzione del Consiglio.

Nelle ultime due tornate (2013 e 2015), per il posto di primo presidente il Csm ha scelto due candidati esterni al Palazzaccio: Giorgio Santacroce (2013) e Giovanni Canzio (2015), presidenti, rispettivamente, della Corte d’appello di Roma e di quella di Milano. A dispetto dei proverbi, i rumors dicono che stavolta toccherà ad un “interno”. Tra i quali si contano numerose donne: secondo i dati del Csm, le aventi diritto sono 39, che scendono a 10 se si considerano soltanto le presidenti di sezione, di cui una è presidente titolare.

Sempre in base ai dati del Csm, in Cassazione sono in servizio 137 donne su un totale di 406 giudici; hanno un’età media di 56 anni (contro i 57 dei colleghi uomini), che sale a 64 tra le 10 presidenti di sezione (a fronte dei 67 anni di media dei 37 presidenti maschi). L’unica presidente titolare di sezione compirà 65 anni a settembre.

«Troppo giovani», è l’obiezione che viene già sussurrata da chi teme la prospettiva di una lunga presidenza, per di più femminile, che invece gioverebbe alla pianificazione e all’attuazione delle riforme organizzative interne alla Corte, alle prese con un arretrato civile a sei cifre e con una crisi di identità di non facile soluzione. Ma tant’è.

Alcune delle 10 potenziali candidate hanno profili professionali eccellenti e più che competitivi con i potenziali candidati uomini. Peraltro, la “rosa-rosa” sale a 12 se si aggiungono due presidenti di Corte d’appello, aventi anch’esse i requisiti per concorrere, compreso il minimo di quattro anni di servizio in Cassazione.

Una rosa potenziale. Purtroppo, accade spesso che donne magistrato rinuncino a candidarsi a un posto direttivo pur avendo le carte in regola per conquistarlo: l’opinabilità delle scelte del Csm e le reiterate polemiche che ne seguono genera un diffuso senso di sfiducia che talvolta si traduce in autoesclusione se non, addirittura, nell’uscita dalla magistratura prima ancora della deadline stabilita da Renzi per la pensione.

Questa stessa sfiducia potrebbe quindi frenare alcune delle potenziali candidate alla prima presidenza. Memori, fra l’altro, della disinvoltura con cui nel 2013 il Csm “liquidò” Luccioli.

Quando questo Controcanto uscirà, ancora non si conosceranno i nomi dei candidati. La scelta di scrivere prima dell’apertura dei termini per la presentazione delle domande (e, quindi, senza conoscere i concorrenti, se non quelli potenziali) nasce dall’esigenza di porre anzitutto la questione politica delle candidature femminili, alzando da subito il sipario su questa importante competizione per contribuire alla trasparenza della selezione. Che, peraltro, dovrebbe essere facilitata (rispetto al 2013) da alcune “riforme epocali” rivendicate di recente dal vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, anche se non tutte ancora realizzate: pubblicazione online delle motivazioni delle nomine, della sintesi dei profili dei candidati e della comparazione degli stessi; pubblicazione online dei resoconti dei lavori della Commissione incarichi direttivi; pubblicità delle audizioni su richiesta di due componenti su sei della Commissione.

Quanto più garantita sarà la trasparenza della competizione, tanto più ampia sarà la partecipazione delle donne.

Nessuno vuole che si ripeta lo scenario del 2013, ovvero l’esclusione in sordina di una candidatura femminile di prestigio.

Gabriella Luccioli fu “bocciata” nel segreto della Commissione direttivi, benché fosse data per favorita, senza neanche uno straccio di motivazione. Salvo quella consegnata alla cronaca, che personalmente ho scritto anche nella postfazione al libro di Luccioli Diario di una giudice: «Senza nulla togliere all’autorevolezza e all’indipendenza degli altri candidati, la storia di questa giudice non dava sufficienti garanzie che la prima presidenza della Cassazione potesse diventare, alla bisogna, anche un’utile sponda politico-istituzionale, in un contesto politico-istituzionale che invece era sistematicamente alla ricerca di sponde affidabili».

Inoltre, per quanto paradossale, si disse che Luccioli “pagava” per due sentenze rivoluzionarie (tra le tante che portano la sua firma) ma “ingombranti”: quella sul caso di Eluana Englaro (che sancì il diritto all’autodeterminazione terapeutica per i malati terminali) e quella sull’affidamento dei figli alle coppie gay (secondo cui un bambino può crescere in modo equilibrato anche in una famiglia omosessuale poiché non vi sono «certezze scientifiche o dati di esperienza» che dimostrino il contrario). Due sentenze che avevano suscitato scandalo Oltretevere e che i “moderati” del Csm non le perdonarono. Il resto lo fece la profonda, radicata indipendenza di quella giudice. Che giustamente può rivendicare con orgoglio «di non aver mai salito le scale di palazzo dei Marescialli se non per motivi istituzionali e di non aver mai alzato il telefono per chiedere». Un “vizio” - quello di non chiedere – di molte donne magistrato...

Donatella Stasio

18 luglio 2017