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Intercettazioni/2: riforma equilibrata ma senza risorse rischio boomerang



Il decreto Orlando arriva dopo 22 anni di tentativi, talvolta liberticidi. Essenziale la sperimentazione di sei mesi per dotare gli uffici di risorse umane, professionali e tecnologiche; mentre è discutibile quella di altri sei mesi finalizzata alla pubblicabilità dell’ordinanza di custodia cautelare in funzione di come i magistrati avranno “imparato” a scrivere il provvedimento.

Nel 2008 fui invitata a un convegno di Magistratura democratica su «Giustizia e informazione». Ri-governava Silvio Berlusconi e il clima si era nuovamente infuocato per i propositi dell’allora premier sulle intercettazioni, oggetto di un disegno di legge del Ministro della giustizia Angelino Alfano che introduceva una vera e propria censura alla libertà di stampa. Il ddl vietava infatti la pubblicazione di notizie – di qualunque notizia – sui procedimenti penali fino al termine dell’udienza preliminare; anche delle notizie rilevanti (quindi non dei gossip); anche se il giornalista ne fosse venuto in possesso lecitamente essendo caduto il segreto; anche se non fossero state lesive della privacy. In sostanza, vietava di parlare dei processi, con tanto di minaccia del carcere per i giornalisti.

Nel 2008 si celebravano i 60 anni della Costituzione. Dunque, si sarebbero dovuti celebrare anche i diritti di libertà. Eppure, quello sfregio alla libertà di stampa fu proposto in modo disinvolto. Fortunatamente non se ne fece niente. Il ddl Berlusconi-Alfano seguì la sorte dei precedenti progetti di riforma – quattro, dal 1996 – a firma di Governi di ogni colore; tutti con l’obiettivo dichiarato di tutelare la privacy e sull’onda dello “scandalo” provocato di volta in volta dalla pubblicazione di conversazioni riguardanti per lo più personaggi pubblici, ma, in qualche caso, anche soggetti estranei alle vicende processuali.

L’intervento di Ezio Mauro

Al convegno di Md era stato inviato anche Ezio Mauro (1). L’allora direttore di Repubblica ricordò, anzitutto, che il suo giornale aveva proposto un’udienza stralcio di fronte a un giudice terzo in cui le parti si sarebbero dovute assumere la responsabilità di selezionare il materiale rilevante e quello irrilevante, con la conseguente distruzione (o secretazione) di quest’ultimo, e «sanzioni durissime per chi lo avesse diffuso o divulgato su un giornale»; al contrario, doveva essere prevista la possibilità di pubblicare il materiale rilevante «perché è giusto che l’opinione pubblica conosca o la personalità del criminale o i caratteri e i meccanismi attraverso cui si è realizzata la fattispecie del reato». Fatta questa premessa, il direttore di Repubblica fece autocritica: «Credo che abbiamo commesso errori, e non ho difficoltà ad ammetterlo», ammise. «In qualche caso ci sono arrivate decine di pagine documentali di intercettazioni, magari alle dieci di sera con il giornale che doveva chiudere, e abbiamo dovuto distribuire il testo tra dieci colleghi perché ognuno ne leggesse dieci, venti pagine e trascrivesse quello che riteneva rilevante per la pubblicazione, senza poter avere il quadro di insieme. Ma noi agiamo su un mercato e potevamo presupporre che giornali concorrenti avessero le stesse carte, per cui dovevamo premunirci per offrire ai lettori almeno le stesse informazioni che avevano altri giornali, come vuole la corretta regola del nostro mestiere. In quelle condizioni non eravamo in grado neppure di capire perché alcune dichiarazioni, alcune affermazioni delle persone indagate fossero state ritenute rilevanti. Ecco perché – concluse – propongo di poter lavorare per dare all’opinione pubblica carte “pulite”, legittime perché considerate rilevanti dai difensori e dai magistrati, dopo che hanno provveduto con un’assunzione di responsabilità a espellere le parti private e irrilevanti». Con una chiosa finale: «Sarò pronto a sottopormi a sanzioni rilevanti se pubblicherò intercettazioni che le parti hanno espunto giudicandole private e senza alcun rilievo e, dunque, senza interesse pubblico».

Con rara onestà intellettuale e professionale Mauro aveva raccontato una realtà inquietante. Soprattutto per quel riferimento al “mercato” come criterio di selezione delle notizie, ben poco coerente con il rivendicato criterio dell’”interesse pubblico” (ma forse questo aiuta a capire perché l’etica non abbia mai funzionato da antidoto contro la pubblicazione selvaggia di intercettazioni).

Il decreto Orlando

Nei dieci anni successivi ci sono stati molti altri tentativi di “riformare” le intercettazioni, tutti naufragati, salvo il decreto Orlando appena varato. Che, non foss’altro per questo, ha una valenza epocale.

Nel 2018 ricorrono i 70 anni di vita della Costituzione e sarebbe stato paradossale (ma soprattutto gravissimo) festeggiare questo anniversario con norme liberticide. Quelle del decreto non lo sono, anche se, dopo il varo del provvedimento, molti hanno gridato al “bavaglio”.

A mio giudizio si tratta di una riforma – seppure perfettibile – migliore di quella che nel 2008 Ezio Mauro aveva proposto dalle colonne di Repubblica. Una riforma tutto sommato accettabile ed equilibrata sia politicamente che tecnicamente.

Ricordo che il decreto sulle intercettazioni è stato varato dal Governo nell’esercizio della delega contenuta nella legge sul processo penale, approvata dal Parlamento a marzo 2017. Una strada, quella della delega, non condivisibile perché, in una materia così sensibile, la legge ordinaria avrebbe garantito maggiore trasparenza al dibattito e alle scelte, tanto più essendo coinvolti diritti fondamentali. Stefano Rodotà aveva subito segnalato questo aspetto, anche sul piano della correttezza costituzionale, ma non è stato ascoltato (http://magistraturademocratica.it/mdem/intervento_all.php?a=on&s=&id=2777).

Aggiungo che considero il ricorso alla legge (al di là della volontà politica che di volta in volta lo ha ispirato) una netta sconfitta per magistrati e giornalisti perché non siamo stati eticamente all’altezza della situazione ma abbiamo offerto alla politica più di un pretesto per modificare (ogni volta con le più fantasiose proposte) la normativa vigente, che forse avrebbe potuto reggere se ci fosse stata, appunto, una maggiore responsabilità sul piano deontologico, culturale, professionale.

Armando Spataro, unica voce fuori dal coro

Ciò detto, concordo pienamente con Armando Spataro, uno dei pochi (l’unico?) che non si è unito al coro degli strali contro il decreto. Il procuratore della Repubblica di Torino – intervistato da Liana Milella su La Repubblica il 31 dicembre 2017 – ha smascherato luoghi comuni e fake news. E con una riflessione distaccata, lucida e argomentata del testo – delle ragioni che lo hanno ispirato e portato al traguardo, delle sue novità e dei suoi punti critici – ha escluso che si tratti di un “bavaglio” alla stampa, di un tentativo di sottomissione e condizionamento del pm da parte della polizia giudiziaria, di una penalizzazione della difesa.

Concordo con Spataro anche quando dice che «le nuove procedure renderanno più faticosa l’attività di pm e giudici, specie nei processi complessi con molte e lunghe intercettazioni» ma poi aggiunge che questo «è un prezzo da pagare anche per garantire il diritto di difesa; un sacrificio sopportabile se i futuri Governi investiranno in risorse umane e tecniche per far funzionare gli archivi riservati». Quest’ultimo è un punto cruciale, la vera cartina di tornasole della volontà politica del legislatore: se, cioè, il decreto punta realmente a un (tendenziale) equilibrio dei tre interessi in gioco (giustizia, privacy e informazione) o se invece è soltanto un pretesto per rendere più arduo il lavoro dei magistrati. Questa non può essere una riforma a costo zero, perciò preoccupa la clausola di invarianza finanziaria. Per una riforma che arriva dopo 22 anni e che tocca, appunto, diritti fondamentali, ci si aspetta un investimento massiccio in risorse umane, professionali e tecnologiche. Il “fattore umano” sarà decisivo e su questo fronte il ministero della Giustizia deve impegnarsi immediatamente per essere credibile e garantire che il nuovo sistema funzioni, scongiurando il rischio che invece diventi un boomerang contro i magistrati e il diritto di cronaca. Diciamo pure un alibi per riaprire la strada ad antiche proposte liberticide.

La “sperimentazione” prevista, dunque, dev’essere essenzialmente finalizzata all’efficiente organizzazione degli uffici, evidentemente fondamentale.

Nessun bavaglio, anzi

Spataro (che insieme ad altri procuratori della Repubblica aveva da tempo emanato una circolare sulle intercettazioni, anche per garantire il più possibile la privacy di terzi estranei alle indagini) è stato sempre al fianco dei giornalisti contro le “leggi bavaglio”, e tuttavia ci ha dovuto ricordare che «le intercettazioni non sono finalizzate a garantire la circolazione di notizie attraverso la stampa ma a raccogliere elementi di prova a carico di chi è ritenuto responsabile dei reati oggetto di indagine».

Ciò detto, il decreto non restringe il perimetro del pubblicabile. Introduce un meccanismo di selezione più stringente delle intercettazioni rilevanti, chiudendo a monte i rubinetti per (cercare di) ridurre l’afflusso di intercettazioni irrilevanti (selezione che, in teoria, già oggi dovrebbe rispettare il criterio della rilevanza e della pertinenza).

Semmai, con il decreto si amplia il perimetro del pubblicabile visto che l’ordinanza cautelare, una volta depositata, sarà accessibile a tutti e integralmente pubblicabile. Fermo restando (è persino ridicolo doverlo precisare) che qualunque giornalista potrà cercare altre notizie, anche non rilevanti penalmente, e pubblicarle nonostante il segreto (assumendosene le responsabilità) qualora siano di interesse pubblico. Esattamente com’è adesso. Non sono state introdotte nuove sanzioni. Nulla è cambiato da questo punto di vista, se non che il decreto – sia pure limitatamente all’ordinanza di custodia – mette fine al “mercato nero” della notizia (e a tutte le asimmetrie e opacità conseguenti) aprendo la strada a una trasparenza e a una responsabilizzazione di magistrati e giornalisti che può soltanto giovare all’informazione e alla giustizia. Questo è un fatto, non un’opinione.

Tra l’altro, vale la pena ricordare che, seppure limitata all’ordinanza cautelare, questa modifica nasce dalla proposta di alcuni giornalisti, non di politici e tanto meno di magistrati che, solo successivamente e a cominciare dal procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone, l’hanno condivisa (ma non tutti).

I doveri degli uffici rispetto alla pubblicabilità dell’ordinanza cautelare

Considero quindi sbagliato e fuorviante minimizzare questa modifica (a suo modo anch’essa epocale) o addirittura definirla un “contentino”, come ha fatto la Federazione nazionale della stampa (Fnsi), ma forse solo perché non è stata tra i protagonisti della battaglia. Si tratta invece di un punto fermo rispetto al quale si possono e si debbono fare solo passi avanti, non indietro. A tal fine è necessario che gli uffici giudiziari non facciano ostruzionismo sotterraneo, ma si attrezzino per rendere effettiva la pubblicabilità, “senza ulteriori indugi”, come raccomanda la Relazione illustrativa del decreto (link al documento). Si tratta di un obbligo specifico degli uffici, proprio perché la pubblicabilità non è un “contentino” (sic) ma il risultato del bilanciamento tra i valori costituzionali in gioco, «ossia l’efficienza investigativa direttamente connessa all’obbligatorietà dell’azione penale, la riservatezza delle persone coinvolte dalle operazioni di intercettazione e la libertà di stampa con il connesso diritto all’informazione».

Su questa strada si può (e si deve) andare avanti, sfruttando i decreti correttivi e integrativi. Se è vero, com’è vero, che questa piccola modifica riflette un’«esigenza di rafforzamento del diritto all’informazione» (testuale dalla Relazione), appare incoerente non aver previsto espressamente, ad esempio, che anche il provvedimento del Tribunale del Riesame vada pubblicato integralmente, soprattutto se modifica la misura. O non aver esteso la pubblicabilità a tutti gli atti di indagine non più segreti. Forse il buon senso, la ragionevolezza e l’interpretazione possono non bastare. Perciò occorre, e presto, una specifica previsione.

Per poter andare avanti su questa strada bisogna anche “vigilare” che la sperimentazione prevista su questo fronte non nasconda la volontà di condizionare indagini e informazione.

Sperimentazione a doppio taglio

Mi spiego: Orlando ha fatto slittare l’operatività della norma sulla pubblicabilità di ulteriori sei mesi rispetto ai sei dopo i quali entreranno in vigore le nuove regole sulle intercettazioni. Nella Relazione si spiega che lo slittamento è legato alla necessità di «sperimentare sul campo l’efficacia del nuovo modello di elaborazione dell’ordinanza». Un’esigenza comprensibile ma insidiosa. Chi stabilirà, infatti, se il nuovo modello di elaborazione dell’ordinanza sia “efficace”? Il Governo? Il Csm? Chi potrà mai sostituirsi (salvo nei casi di abnormità) alla valutazione del magistrato sulla rilevanza penale delle intercettazioni? Chi potrà sindacare, anche dal punto di vista linguistico, se effettivamente l’ordinanza risponde ai nuovi canoni di elaborazione? Il rischio di decidere (se la sperimentazione ha funzionato) soltanto in base a “quanto” e a “che cosa” è uscito sui giornali è concreto. Perciò è una sperimentazione discutibile e pericolosa. A differenza della sperimentazione sul fronte dell’organizzazione degli uffici, qui c’è infatti un margine troppo ampio di discrezionalità, che può riverberarsi anche sull’informazione.

Concludo con un altro ricordo tratto dal convegno del 2008, al quale partecipava anche Nello Rossi, toga storica di Md appena andato in pensione. I poteri di controllo, osservò Rossi, possono anche essere pericolosi, ma «sono componenti fondamentali di una democrazia forte e vitale». Perciò, «una politica lungimirante dovrebbe essere in grado di garantire il dispiegarsi della loro azione, intervenendo con precisione chirurgica sulle devianze e sulle loro cause». Al tempo stesso, aggiunse, «nel mondo della magistratura come in quello dell’informazione c’è un acuto problema di responsabilità, culturale e professionale», che determina insofferenza verso le critiche interne o esterne (spesso lette come attacchi) e autoreferenzialità. «Privi di incisivi meccanismi di responsabilità culturale, sociale, professionale e disciplinare, i poteri di controllo – avvertì Rossi – rischiano di funzionare a loro volta come potenze incontrollate, anch’esse capaci di compromettere e danneggiare diritti fondamentali dei cittadini». La sua relazione si chiuse perciò con l’auspicio che giornalisti e magistrati accettino «di discutere con spirito aperto di nuove regole professionali proprie e di interventi del legislatore diretti a disinnescare le potenzialità nocive della loro azione», ricordandosi che «il fine ultimo è la tutela delle persone e la garanzia del cittadino-senza potere».

Anche in questo caso, sottoscrivo.

Donatella Stasio, 08 gennaio 2018

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(1) Tutti gli interventi del convegno sono pubblicati su Questione Giustizia trimestrale, ed. cartacea, Franco Angeli, n. 4/2008, Obiettivo 2. Giustizia e informazione, pp. 109-134,