Venerdi, 16 novembre 2018
Home
Organi rappresentativi
Eventi
Comunicati
La nostra storia
Link
Contatti

Perché la Procura minorenni
non deve essere soppressa?

di Anna Maria Baldelli
Procuratore della Repubblica presso il Tribunale dei minorenni di Torino
Anche tra gli addetti ai lavori non tutte le funzioni di quest'ufficio sono adeguatamente note. Emerge per importanza la funzione della vigilanza sulla comunità, mediante la verifica del funzionamento delle strutture di accoglienza per minori

Molteplici sono le funzioni della Procura della Repubblica minorile che non appaiono, e che sono sconosciute anche ai vertici delle Istituzioni. Fra queste emerge, per importanza, ma anche per misconoscenza, la funzione della vigilanza sulle comunità, che, in realtà, corrisponde al compito di verificare l’adeguatezza degli interventi a tutela del minorenne e la razionalizzazione della spesa dell’Ente pubblico mediante la verifica del funzionamento delle strutture di accoglienza per minori[1].

Va premesso che il sistema normativo in materia di vigilanza sulle comunità è piuttosto complesso e prevede una frammentazione di competenze fra diversi soggetti pubblici, molto diversi e distanti fra di loro (affannati oltre tutto anche da altre competenze che nulla hanno a che vedere con i minorenni).

E’ necessario, quindi, organizzare, con rigore e tempestività, le ispezioni delle comunità e per far questo è indispensabile la formazione di un gruppo che diventi esperto nel rilevare, al di là delle apparenze, quale sia il reale funzionamento, anche qualitativo, delle strutture di accoglienza. La conseguenza è che l’assetto dell’ufficio deve ricomprendere questa specificità, che richiede una propria autonomia di funzionamento, al riparo delle criticità dell’ufficio visto nella sua globalità.

L’ulteriore esigenza è quella di individuare le altre istituzioni deputate alla vigilanza (come le commissioni di vigilanza presso le Asl o presso Comuni; i Carabinieri del N.A.S.; la Guardia di Finanza, l’ispettorato del lavoro, l’ufficio Minori della Questura) avviando con loro un confronto ed una condivisione di obiettivi necessaria a realizzare una collaborazione sinergica.

In data 19 febbraio 2016 la Procura Minorenni del Piemonte e della Valle d’Aosta ha firmato un protocollo (LINKARE PDF) con gli Assessori della Sanità e delle Politiche sociali della Regione Piemonte che definisce la collaborazione  con tutte le commissioni di vigilanza sulle comunità per minori presenti nella Regione - con alcune delle quali era già in essere una proficua collaborazione - che prevede anche periodici incontri fra tutte le commissioni di vigilanza e la Procura per un confronto sui criteri di accreditamento delle strutture (ora molto diversi fra di loro e spesso del tutto opposti), sulle modalità dei controlli (a cosa prestare attenzione) e sui criteri di ricorso alle sanzioni, oltre che per uno scambio di informazioni. A questi incontri sarà presente anche l’Ufficio di Servizio Sociale Ministeriale, che ha la competenza di inserire in comunità ragazzi in misura cautelare. E’ in fase di realizzazione l’inserimento in una piattaforma regionale (del Piemonte) di tutti i dati relativi alle comunità (autorizzazioni, verbali ispettivi, sanzioni etc…) consultabili dagli operatori dei servizi mediante semplice accreditamento.

Tutto questo, però, non è sufficiente, perché occorre creare una diffusa sensibilizzazione nei confronti di quegli organi che, pur non avendo una competenza diretta di vigilanza, ciò non di meno sono in contatto, o possono essere in contatto, con i ragazzi ospiti (scuola, medico pediatra, Forze dell’Ordine, Polizia Locale, Associazioni di famiglie affidatarie, ospedali) e possono rilevare e segnalare criticità e/o disagi di chi vive in comunità.

Infine, occorre stretta vigilanza sull’invio delle schede semestrali che non vengono inviate per i ragazzi sovrannumero; che spesso contengono enunciazioni stereotipate di svolgimento di giornate sempre uguali nelle quali non si organizza nulla di concreto; che non vengono inviate quando vengono inseriti ragazzi in strutture per anziani; che non informano di passaggi intermedi dei ragazzi da una comunità all’altra, della medesima cooperativa, per ragioni disciplinari o per non realizzare il sovrannumero, etc.. Era accaduto, ad esempio, che, secondo la scheda semestrale pervenuta, il padre di un ragazzo venisse operato, ogni sei mesi, sempre dello stesso intervento: in realtà, l’operatore non si era soltanto dimenticato di cancellare l’intervento una volta eseguito, modificando solo la data della nuova scheda, ma si era proprio dimenticato il ragazzo; infatti, l’ispezione che aveva seguito la lettura delle schede aveva evidenziato come la comunità fosse un mero “parcheggio” nel quale i ragazzi non venivano sollecitati ad alcuna attività, neppure quelle obbligatorie, quali la scuola. 

Su segnalazione della Procura Minorenni alcune comunità sono state chiuse dalle commissioni di vigilanza; altre hanno compreso di dover elevare il target di qualità per continuare ad operare; altre sono state chiamate a rispondere davanti al tribunale penale ordinario di gravi reati, quali abbandono di minore e frode nelle pubbliche forniture (in questo caso il P.M. ordinario aveva ottenuto il sequestro per equivalente del patrimonio del titolare della cooperativa, il quale si era visto costretto e restituire le rette – di circa 250 euro al giorno per minore, essendo comunità terapeutica - all’Asl per poter essere ammesso al patteggiamento della pena).

Sul territorio della Regione Piemonte e della Valle d’Aosta sono attive circa n. 187 comunità per minori, che presentano peculiarità diverse a seconda della tipologia: Comunità Educative Residenziali, Comunità Riabilitative Psicosociali (CRP), Comunità Terapeutiche per Minori (CTM), Case Famiglia: esse rappresentano la concreta risposta delle Istituzioni alla richiesta di protezione dei minori che vengono allontanati dalla loro famiglia quando sia gravemente inadeguata e per questa ragione debbono essere seguite con molta attenzione. Infatti, tenuto conto che l’allontanamento dalla famiglia rappresenta l’estrema ratio - essendo il primo tentativo sempre nella direzione di privilegiare i sostegni alla famiglia perché al suo interno sia realizzabile la tutela dei figli, come avviene nel progetto P.I.P.P.I. e nel progetto “Sostegno in Famiglia” -, allora, quando occorre attuarlo a causa della situazione  di gravissimo pregiudizio in cui il minorenne vive e per la mancanza di risorse familiari (nella famiglia allargata o in famiglia affidataria) sulle quali investire, diventa indispensabile essere certi che la protezione sia garantita. In questi casi, al trauma dell’allontanamento, che è sempre presente anche quando i genitori siano distruttivi e le modalità di esecuzione siano rispettose della sensibilità di ciascun protagonista, ci si aspetta che la sistemazione del minore risponda a caratteristiche di adeguatezza, perché, in caso contrario, quel minore non avrà più fiducia nell’adulto e neppure nella possibilità di poter accedere ad un futuro minimamente adeguato. Ma così non è sempre, perché troppo spesso si è dovuta verificare la mancanza di requisiti minimi di adeguatezza in alcune comunità.

D’altra parte è ormai evidente il fenomeno della speculazione nella gestione delle strutture ed è altrettanto conclamata l’esigenza di una vigilanza particolarmente attenta perché tale speculazione non si traduca, come purtroppo è dato ricontrare troppo spesso, in un ulteriore pregiudizio per i minorenni inseriti, che anziché trovare protezione devono subire un ulteriore danneggiamento.

Nel corso delle ispezioni, come si è appreso dall’esperienza, è opportuno acquisire anche copia dei diari di bordo (relativamente a periodi prescelti), che consente di approfondire l’aspetto della quotidianità dei ragazzi inseriti e di conoscere eventuali criticità. E’ accaduto, infatti, di trovarvi traccia di eventi, anche particolarmente critici, mai segnalati. Ad esempio in una comunità terapeutica è stata descritta una violenta lite fra gli ospiti a seguito della quale una ragazza aveva riportato evidenti lesioni, anche di un certo rilievo (vi era la foto del viso tumefatto), che non erano state però in alcun modo segnalate, né la ragazza era stata accompagnata in Pronto soccorso per la cura e la refertazione.

Per altro verso, spesso dalla lettura dei diari di bordo si ha conferma della inattività dei ragazzi inseriti.

Così come è indispensabile non transigere sulle omesse trasmissioni delle schede semestrali, trattandosi di fattispecie di reato, che, ove non rilevate, restituiscono al titolare della cooperativa il segno dell’impunità.

Questa funzione di vigilanza, peraltro, non esaurisce i suoi effetti negli scenari tratteggiati, bensì offre elementi di conoscenza che possono determinare l’esigenza di disporre l’apertura di un nuovo fascicolo di Affari Civili (quando non sia aperto un procedimento di Volontaria Giurisdizione in Tribunale e sia opportuno segnalare al giudice eventuali criticità dell’inserimento) . A seconda delle situazioni può essere necessario presentare un nuovo ricorso per abbandono o grave pregiudizio; altre volte l’apertura di un fascicolo civile in Procura permette di acquisire dai servizi diverse e più adeguate progettualità  e può essere, quindi, in seguito archiviato. Altre volte ancora consente di sollecitare l’esecuzione del provvedimento del Tribunale rimasto ineseguito (come quando il minore si trovi ancora in comunità essendo stato disposto il suo rientro in famiglia, ovvero si trovi in comunità avendo il Tribunale previsto l’affidamento familiare).

Fra le criticità riscontrate, in particolare, si sono rilevati (e segnalati non soltanto alla commissione di vigilanza competente territorialmente, ma anche alla Regione Piemonte) casi di collocamento di minori[2] presso strutture RAF per disabili adulti o per malattie psichiatriche ed anche in Case di Riposo

Inoltre,  sono state scoperte quattro comunità abusive di stranieri:  di tedeschi a Bognago (VB) e di svizzeri a  Trarego Viggiona (VB), e  a Monastero Bormida (AL), ed una di minori provenienti da tutto il mondo  a Cabella Ligure, nella quale erano inseriti n. 61 bambini

Tutte queste comunità, che sono state chiuse dopo il rimpatrio degli ospiti, sono state scoperte del tutto casualmente e funzionavano indisturbate da anni. ed anzi, quando qualche ragazzino scappava i C.C. del posto lo riportavano in comunità.

Era stato quindi necessario farsi parte diligente nel richiedere formalmente al Comandante della Legione Carabinieri del Piemonte e della Valle d’Aosta di diffondere l’invito a tutte le Stazioni dei Carabinieri delle due Regioni a provvedere ad una ricognizione mirata sul territorio del Distretto con l’obiettivo di individuare, possibilmente prima di eventi dannosi per i minori ( nella fuga dalla comunità di Bognago era deceduta una ragazza precipitata in un burrone ed in quella di Monastero Bormida una dodicenne era stata ricoverata in pronto soccorso per ingestione di benzina), eventuali altre strutture comunitarie abusive ospitanti minorenni italiani e/o stranieri, tenuto conto del fatto che tutte le strutture abusive ritenevano di assolvere agli obblighi previsti dalla normativa italiana semplicemente inviando la scheda alloggiati contenente i nomi dei minori presenti, rispettivamente alla stazione Carabinieri ( Bognago, Trarego Viggiona e Cabella Ligure) o alla Questura                   ( Monastero Bormida e Cabella Ligure).

Analoga richiesta di intervento di sensibilizzazione si era resa necessaria con l’Assessore all’Assistenza della Regione Piemonte affinché sollecitasse l’attenzione dei Comuni della Regione e degli Enti gestori dei servizi invitandoli a segnalare alla Procura minorenni qualunque struttura di accoglienza per minori non compresa nell’elenco regionale della comunità autorizzate, nonché a predisporre un protocollo di intervento per permettere alla Procura, in caso di necessità ed urgenza, di poter avere un quadro immediato (senza alcun preavviso che vanificherebbe l’esigenza dell’ispezione a sorpresa) e su tutto il territorio regionale ( Piemonte) delle disponibilità di posti in comunità autorizzate ove far trasferire i minori interessati, da parte dei servizi locali o delle Forze dell’ordine, qualora ritengano di realizzare un intervento a tutela ex art. 403 c.c per le condizioni di degrado eventualmente riscontrate nel corso di una ispezione.

Sempre più frequente, infine, è la richiesta della Autorità straniere di Paesi membri della U.E. di approvare inserimenti di minori, o genitori e minori, in comunità italiane che pone l’Ufficio in situazioni di vera emergenza perché, di regola, sono richieste posteriori all’inserimento, in aperta violazione del Regolamento CE 2201/2003[3] (che richiede il parere preventivo del Procuratore minorenni del luogo in cui la struttura si trova), che purtroppo spesso si riferiscono a comunità non autorizzate (come era quella di Bognago), rispetto alle quali, quindi, si deve attivare con urgenza la procedura ispettiva e tutte le azioni conseguenti per ottenere che l’autorità competente ne disponga la chiusura.

Proprio l’attività di vigilanza sulle comunità, infine, sollecita iniziative di promozione che consentano di privilegiare ancor più spesso il sostegno dei minorenni nelle loro famiglie (come scelta maggiormente rispondente al superiore interesse della persona minorenne ed anche come scelta economicamente più vantaggiosa) perché nella realtà riscontrata sono poche le strutture in grado di offrire una buona accoglienza che non li faccia sentire ancora peggio rispetto alla situazione familiare ed, anzi, ci si deve confrontare troppo spesso con la necessità di promuovere una maggiore adeguatezza negli educatori di comunità, spesso incapaci, disattenti, superficiali, se non addirittura maltrattanti o abusanti: viene quindi spontaneo ricercare con maggiore vigore e convinzione nuove strategie alternative all’allontanamento. 

Fra queste attività da promuovere ci sono certamente quelle che sono direttamente mirate al sostegno delle funzioni genitoriali (progetto P.I.P.P.I.; progetto famiglia etc..), ma vi rientrano in qualche modo anche quelle della cd. giustizia riparativa (alle quali possono aver accesso anche ragazzi in condizione di disagio non necessariamente in quanto autori di reato). Ad esempio, in tema di giustizia riparativa, nell’anno 2015 la cooperativa ASAI, con la quale è già in essere una convenzione dal 2012, unitamente alla Polizia Locale di Torino, ha ottenuto il finanziamento per un progetto[4] che, nell’arco temporale di due anni, si rivolgerà a 60 ragazzi  coinvolti in fenomeni di bullismo a scuola o comunque con un disagio segnalato, con l’obiettivo di coinvolgerli in un’attività di riparazione che sia, allo stesso tempo, produttiva di un’identità positiva.

Questa opportunità non porterà soltanto concrete attività anche per minori inseriti in M.A.P., ma è destinata a produrre la creazione di relazioni e legami con le realtà del territorio in modo che, quando sia concluso il progetto, i riferimenti nel frattempo creati saranno in grado di produrre, autonomamente, nuove opportunità autonome.

La contropartita del partenariato, per la Procura Minorenni, sarà di dover dedicare tempo alla formazione sul tema specifico e garantire la partecipazione agli eventi che verranno organizzati.

 (che sono n. 187). Su questo punto si tornerà più oltre.

Il conclusione, così come anche il fatto di reato deve poter essere trasformato in una opportunità di crescita e di maturazione quando l’autore è un soggetto minorenne, ossia un soggetto che sta vivendo una fase della sua vita che, per definizione, è di cambiamento, anche quando la persona minorenne si venga a trovare nella difficile situazione di dover essere allontanata dalla propria famiglia, occorre che questo evento traumatico si possa trasformare in una opportunità di crescita, che però viene negata ogni qual volta la comunità non risponda a precisi requisiti educativi e curativi.

E’ insostenibile il peso della responsabilità amministrativa, politica, oltre che giudiziaria, per aver tolto un minore da una  famiglia ed averlo inserito in una comunità  ove può subire un pregiudizio ancora maggiore di quello dal quale è stato sottratto, proprio per l’assenza di parametri di adeguatezza, assenza di controlli etc.

Confondere queste competenze con quelle, pure straordinarie, ma del tutto diverse, della Procura Ordinaria significherebbe togliere, presto o tardi, la possibilità di mantenerne l’attuazione.

E’ illusorio pensare che sia compatibile con l’attività della Procura Minorenni quella del Gruppo Fasce Deboli della Procura Ordinaria per argomentare la fattibilità dell’assorbimento della prima nel secondo, perché non è così nella realtà. Infatti, i magistrati del Gruppo Fasce Deboli hanno l’attenzione rivolta al bambino (nella migliore delle ipotesi) solo nel momento in cui devono ascoltarlo come parte offesa e/o testimone, perché negli altri momenti delle indagini non possono pensare a lui (e meno che mai alla sua tutela al di fuori del processo!) perché la loro attenzione è, e deve essere, esclusivamente orientata a raccogliere le prove del fatto e della identificazione del responsabile, per assicurarne la punizione. Questo è il loro mandato e deve essere assolto con particolare diligenza e sollecitudine, perché i processi che hanno persone minorenni come vittime del reato sono insidiosi, complicati, e richiedono impegno ed attenzione almeno pari a quelli contro la criminalità organizzata (e lo dico con cognizione di causa essendo stata per otto anni sostituto alla Procura Ordinaria di Torino).

Prima di cancellare con un gesto di spugna una specializzazione così delicata occorre rammentare che essa si fondi certamente sulla formazione teorica (non soltanto giuridica, che pure deve essere non soltanto conosciuta, ma anche compresa e metabolizzata, quindi non così facile da riprodurre), che però abbia trovato applicazione ai casi concreti, che restituiscono elementi di originale ulteriore conoscenza ( di ancor meno facile riproduzione in tempi brevi).

[1] l’articolo 9,  Comma 2 della Legge 184/83, come modificata dalla legge 149/2001, prevede che : “ Gli istituti di assistenza pubblici o privati e le comunità di tipo familiare devono trasmettere semestralmente al Procuratore della Repubblica presso il T.M. del luogo ove hanno sede l’elenco di tutti i minori collocati presso di loro con l’indicazione specifica, per ciascuno di essi, della località di residenza dei genitori, dei rapporti con la famiglia e delle condizioni psicofisiche del minore stesso. Il Procuratore della Repubblica presso il T.M., assunte le necessarie informazioni chiede al Tribunale, con ricorso, di dichiarare l’adottabilità di quelli tra i minori segnalati o collocati presso le comunità di tipo familiare o gli istituti di assistenza pubblici o privati o presso una famiglia affidataria, che risultano in situazione di abbandono”.

L’art. 9, Comma 3 della Legge 184/83, come modificata dalla legge 149/2001, prevede :“Il Procuratore della Repubblica presso il T.M.,  che trasmette gli atti al medesimo Tribunale con relazione informativa, ogni sei mesi, effettua o dispone ispezione negli istituti di assistenza pubblici o privati ai fini di cui al comma 2. Può procedere a ispezioni straordinarie in ogni Tempo.”

[2] Nel mese di febbraio 2016 sono stati due i minori trovati in strutture per disabili adulti.

[3] Articolo 56:”collocamento del minore in un altro Stato membro”.

§ 1 “Qualora l'autorità giurisdizionale competente in virtù degli articoli da 8 a 15 intenda collocare il minore in istituto o in una famiglia affidataria e tale collocamento abbia luogo in un altro Stato membro, egli consulta preventivamente l'autorità centrale o un'altra autorità competente di quest'ultimo Stato membro se in tale Stato membro è previsto l'intervento di un'autorità pubblica nei casi nazionali di collocamento di minori”.

[4] “Ricominciamo. Giovami protagonisti del cambiamento”, rivolto a giovani di età compresa fra i 14 ed i 25 anni.

Home speciale
di Cinzia Miniotti
Nel momento in cui la "separatezza" viene meno, e la giurisdizione minorile viene accorpata a quella ordinaria, si corre il rischio di un appiattimento e di una dispersione di una esperienza preziosa e infungibile, che potrebbe essere facilmente fagocitata da logiche e bisogni diversi, non sempre compatibili con l'esigenza di dare tutela agli individui in formazione
di Giulia Sapi
Riforma della giustizia per i minori e la famiglia: il punto di vista di un avvocato
di Francesco Micela
L'esigenza di partenza è quella di evitare la frammentazione e accentrare in uno stesso ufficio giudiziario le competenze in materia di minorenni di famiglia. Tra i meriti quello di aver posto attenzione ad alcuni aspetti essenziali per la specializzazione. Rimangono però delle carenze vistose, che determinerebbero conseguenze estremamente gravi per per la giurisdizione a tutela dell'infanzia e dell'adolescenza
di Cristina Maggia
Le frammentazioni del sistema attuale devono essere superate, ma suona allarmante la mancata previsione di una corrispondente autonomia ed esclusività di funzioni in capo all’organo inquirente. La previsione della costituzione di un “Gruppo specializzato“ da istituire presso la Procura Ordinaria si scontra, infatti, con una serie di problematiche di ordine sia teorico che pratico
di Anna Maria Baldelli
Anche tra gli addetti ai lavori non tutte le funzioni di quest'ufficio sono adeguatamente note. Emerge per importanza la funzione della vigilanza sulla comunità, mediante la verifica del funzionamento delle strutture di accoglienza per minori
di Joseph Moyersoen
Come si colloca il nostro sistema? Un breve confronto