Martedi, 19 giugno 2018
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TRIBUNALE DI ALBA

Non cavalchiamo demagogie e particolarismi

di Stefano Campanello

avvocato

Un avvocato di un foro piemontese, destinato a essere soppresso, racconta le sue sensazioni: si può evitare di dire che è giusto chiudere, ma solo i tribunali dove lavorano gli altri?

Sono avvocato, penalista, da vent’anni, qualcosa di più: appartengo ad un foro piemontese destinato a chiudere, insieme con il Tribunale, per il riordino della geografia giudiziaria.

Cosa accadrà?

Le mie abitudini, il mio modo di lavorare, il mio rapporto con gli operatori della giustizia, ma anche la mia clientela e i miei redditi, insomma il mio destino professionale, per molti sono a rischio. A forte rischio. Il futuro è fosco, le cose non potranno che peggiorare, come se non bastasse la congiuntura economica.

Qualcosa di vero ci sarà: certo, è difficile immaginare le ricadute sulla professione forense di un evento epocale, mai realizzato prima d’ora, non ci sono precedenti con cui confrontarsi, alla stregua dei quali rappresentarsi il futuro.

Immagino che le inevitabili difficoltà pratiche, gli spostamenti dallo studio alla città dove sarà accorpato il tribunale, porteranno disagi, scomodità, necessità di organizzarsi e magari di immaginare in modo diverso il lavoro che siamo abituati a fare.

Ma ha senso valutare la riforma in quest’ottica? Giudicarla buona o cattiva, da rinviare o no, perché avvocati, personale di cancelleria, operatori dovranno muoversi, forse traslocare.

No di certo.

In effetti, il dibattito in apparenza si svolge su un altro terreno: i tribunali sono un servizio, che sarebbe sbagliato allontanare dai cittadini, i piccoli tribunali funzionano, anzi la giustizia è meglio organizzata nei centri piccoli che nelle grandi realtà urbane; oppure, le risorse devono essere meglio distribuite sul territorio, diversamente organizzate; oppure ancora la legge delega non rispetta la Costituzione, i criteri per individuare gli uffici da sopprimere sono discutibili, forse corretti, ma solo in astratto, è di certo sbagliata la loro applicazione.

Approfondire ciascuna di queste tematiche richiederebbe più tempo.

Mi limito a segnalare un sottile, personalissimo, disagio: la sensazione che ciascuno di questi argomenti, e anche altri, nasconda la propria debolezza. Ovvero la constatazione, quasi quotidiana, che i piccoli uffici fatichino, che i problemi organizzativi siano maggiori, e più difficilmente affrontabili, nelle piccole realtà, che ai cittadini, tutto sommato, interessi poco poter contare su un tribunale vicino a casa, tanto molti di essi difficilmente se ne servirebbero. Ma anche la constatazione che non basta creare uffici più grandi per curare l’inefficienza, e che, più in generale, sappiamo bene tutti, noi operatori della giustizia, che l’attuale geografia giudiziaria non ha più senso.

Possibile affrontare questi temi senza demagogia, senza cavalcare particolarismi, evitando di dire che è giusto chiudere, ma solo i tribunali dove lavorano gli altri?

Forse questo dibattito è un inizio. Spero.