La giornata d’uno scutatore è un romanzo breve di Italo Calvino pubblicato nel 1963.
La narrazione è esattamente quella che il titolo promette. E’ il racconto di una giornata trascorsa dal protagonista, Amerigo Ormea, un intellettuale comunista, come rappresentante di lista durante le elezioni del 1953.
Sono elezioni particolari, perché viene applicata quella che allora venne definita “legge truffa” cioè sostanzialmente una legge voluta dalla maggioranza di governo che ruotava intorno alla Democrazia cristiana, con la quale si attribuiva un forte premio di maggioranza (65%) a chi avesse ottenuto il 50% dei voti. Qualcosa che allora fu visto con totale riprovazione da tutte le altre forze politiche e che invece in anni più recenti di storia repubblicana è diventato qualcosa di acquisito e di cui si può ragionare.
Ma quella giornata elettorale è ancor più particolare, perché il seggio al quale è assegnato Amerigo Ormea è all’interno della Piccola Casa della Divina Provvidenza, detta “Cottolengo” dal nome del fondatore, un luogo di assistenza di disabili gravi. La tensione che percorre tutta questa giornata, dal punto di vista del ruolo che svolge il rappresentante di lista del Pci – così come la rappresentante di lista socialista nello stesso seggio – risiede nel tentativo di evitare che vengano portate a votare (e a votare per la Democrazia cristiana essendo state preventivamente istruite) molte persone ricoverate in quel luogo che effettivamente, come emerge nel racconto, sembrano non avere la piena capacità di potersi determinare e quindi di votare.
Una situazione che ci rinvia all’articolo 48 della Costituzione in cui si stabilisce che “il voto è personale ed eguale, libero e segreto”: è il presupposto per l’effettivo esercizio della sovranità popolare nella forme e nei limiti – come dice l’articolo 1 della Costituzione – che sono previsti dalla Costituzione stessa e dalle leggi.
L’idea della militanza politica come connaturata alla citadinanza emerge con forza, e dunque l’altra norma della Costituzione che possiamo utilizzare come canovaccio di lettura del romanzo breve di Italo Calvino è l’articolo 49, in cui si prevede che i cittadini si associno liberamente in partiti “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Di questo si tratta: la possibilità, la capacità, la urgenza, la necessità, la spontaneità dello svolgere una militanza politica come concorso alla vita democratica della nazione. Questo fa Amerigo Ormea, sia pure con i suoi dubbi politici ed esistenziali, ma con forza d’animo, senza mai recedere dal suo ruolo di militante politico: e come lui lo fanno gli altri rappresentanti dei partiti in quel seggio.
In un brano particolarmente espressivo il protagonista si trova di fronte a un carattere della democrazia praticata:
“La democrazia si presentava ai cittadini sotto queste spoglie dimesse, grige, disadorne; ad Amerigo a tratti ciò pareva sublime, nell’Italia da sempre ossequiente a ciò che è pompa, fasto, esteriorità, ornamento; gli pareva finalmente la lezione d’una morale onesta e austera; e una perpetua silenziosa rivincita sui fascisti, su coloro che la democrazia avevano creduto di poter disprezzare proprio per questo suo squallore esteriore, per questa sua umile contabilità, ed erano caduti in polvere con tutte le loro frange e i loro fiocchi, mentre essa, col suo scarno cerimoniale di pezzi di carta ripiegati come telegrammi, di matite affidate a dita callose o malferme, continuava la sua strada”.
Ma sono molti i passaggi del romanzo in cui troviamo espresse con essenzialità le idee di conquistare e difendere il diritto al voto – personale ed eguale, libero e segreto – di partecipare alla vita della nazione attraverso i partiti politici, di esercitare la sovranità popolare nelle forme costituzionali.
Una lezione preventiva rispetto alle molte attuali, spesso fuorvianti e vacue, discussioni sui sistemi elettorali, che tutta questa ricchezza sembrano voler attutire per ridurla alla rozza scelta di un capomandria.