Rachele Monfredi, giudice del Tribunale di Palermo, Componente del c.d.c. dell’Anm

Rachele, il 23 marzo scorso a cosa gli italiani hanno detto no? Al governo? A un progetto autoritario? A una magistratura meno libera?

Hanno detto no, perché hanno capito che la riforma – riducendo l’indipendenza della magistratura a un simulacro – si inseriva in un progetto molto più ampio volto a scardinare il primato della legge e la sua funzione di argine al potere, svuotando di effettività la tutela dei diritti, di cui gli avvocati sono i primi alfieri.

Hanno compreso che smantellare il Csm – cioè il presidio posto dai Costituenti a garanzia di quella indipendenza – in nome degli scandali di cui pure è stato teatro, significava gettare il bambino con l’acqua sporca, perché l’origine di quelli scandali non sta nel modello di magistratura disegnato dalla Costituzione, ma nell’allontanamento da quel modello che si è consumato negli ultimi vent’anni. Imputabile certamente anche ai magistrati, ma di cui è stata coprotagonista e regista la politica peggiore.

Come ha vissuto la magistratura la vittoria al referendum? Qual è il bilancio della fase successiva fino ad oggi?

L’Anm ha investito tantissime energie nella campagna referendaria e con l’apporto determinante delle famigerate correnti si è avventurata pure su terreni completamente nuovi, nella convinzione condivisa dalla stragrande maggioranza che una vittoria del sarebbe stato un punto di non ritorno. All’inizio ci sembrava di abbaiare alla luna, ma abbiamo insistito. Il comitato si è rivelato un’intuizione felicissima e il risultato, su cui nessuno avrebbe scommesso, è arrivato ed è stato emozionante ed entusiasmante.

Di fronte al pericolo esterno, attraverso il confronto, siamo riusciti a fare sintesi tra le diverse sensibilità in vista dell’obiettivo comune: difendere l’indipendenza della magistratura di cui siamo meri custodi. Ora è altrettanto ovvio che quelle diversità riemergano ed è un fatto positivo. L’importante è non perdere di vista l’obiettivo e continuare nel percorso intrapreso, sia sul versante interno che su quello esterno, perché dopo la “rivoluzione” arriva sempre la “restaurazione” e i segnali ci sono tutti.

L’assemblea dell’Anm del 16 maggio è stato un momento speciale anche per rielaborare le istanze della campagna referendaria?

E’ stata un’assemblea partecipatissima, chiesta dalla base e nella quale si sono sentite tantissime voci accanto a quelle dei gruppi tradizionali, segno di vitalità dell’associazione e della voglia dei magistrati, in particolare dei più giovani, di essere protagonisti consapevoli. Ancora una volta siamo riusciti a fare sintesi nella mozione finale. Ora si tratta di essere coerenti rispetto a quel deliberato.

Quali sono stati gli apporti principali a quell’assemblea e quale secondo te la richiesta di fondo che ne è uscita?

Le novità– a mio giudizio molto positive – sono state la presa di coscienza dell’importanza del rapporto con la società civile, non sufficiente ma necessario per recuperare la fiducia dei cittadini nella funzione, che non è certo ricerca del consenso; e l’individuazione di misure specifiche per un autogoverno responsabile, non corporativo, che recida i legami distorti con la politica e recuperi il profilo della qualità della giurisdizione. Sarebbe stato inimmaginabile fino a poco tempo fa che l’Anm indicasse al Csm la direzione da seguire e invece è questo il senso della rappresentatività alta della componente togata del Consiglio che abbiamo difeso con il No.

Come pensi che l’Anm dovrà rispondere a questa richiesta? Dovrà darsi obiettivi precisi?

Secondo me l’Anm dovrebbe impostare e consolidare un metodo, da seguire nei rapporti con il decisore politico, con tutti gli altri attori del pianeta giustizia, con la società civile, con il Csm e anche al proprio interno. Soprattutto, è importante che la partecipazione vigile della base non torni a disperdersi e anzi si consolidi a partire nei territori, perché è l’unico antidoto alle degenerazioni, ma ci vuole il contributo di tutti.

Ci riuscirà? Vedi resistenze in questo percorso?

Spero che ci riesca anche se non è facile, perché la magistratura (per fortuna) non è un monolite e perché è fatta di uomini e donne come tutti, con tante virtù, e tante debolezze. E’ fondamentale darsi un metodo che, esaltando le prime e tenendo a bada le seconde, spinga verso il recupero dell’unità della giurisdizione e dell’orizzontalità che caratterizza il potere diffuso disegnato dalla Costituzione, indispensabili per assicurare ai cittadini una risposta capace di cogliere la complessità della realtà e della sua evoluzione.

Un’ultima domanda personale. Tu sei stata eletta al c.d.c. dell’Anm con un percorso particolare, come indipendente ma nella lista di Magistratura democratica. Come hai vissuto questa situazione? Come vedi da “indipendente” il rapporto con il gruppo che ti ha appoggiato?

Magistratura democratica mi ha proposto di candidarmi da indipendente partendo da idee condivise e io ho accettato perché ho visto in MD coerenza tra idee e azione. Frequentarla da vicino per me è stata un’enorme occasione di crescita. Ho trovato in MD un luogo di confronto autentico e costruttivo. Non mi sono mai sentita un’estranea e proprio alla luce di questa esperienza, pochi giorni prima dell’esito del referendum, dopo 28 anni circa di magistratura, mi sono iscritta. E non mi sento certo meno indipendente di prima.