Il rinnovo del Consiglio superiore della magistratura ci chiama ad un nuovo impegno.
Nel corso della “campagna referendaria” abbiamo difeso l’attuale assetto istituzionale, convinti che il Consiglio superiore della magistratura sia l’indispensabile presidio per assicurare un esercizio della giurisdizione autonomo e indipendente da ogni altro potere.
Ma la difesa dell’indipendenza e dell’autonomia della giurisdizione – e, dunque, del Consiglio superiore della magistratura – deve essere confermata e rinnovata ogni giorno: anzitutto nella quotidiana azione che il CSM è chiamato a svolgere.
Crediamo che il nostro impegno dentro l’Istituzione debba giocarsi attorno ad alcuni capisaldi:
- la trasparenza dell’azione del Consiglio superiore della magistratura;
- l’affermazione di una magistratura orizzontale, che si vive come potere diffuso, alla quale sono estranee le idee della “carriera” e della gerarchia;
- l’attenzione ad evitare che l’amministrazione della giustizia assuma una dimensione esclusivamente produttivistica;
- una ferma tutela dell’indipendenza e dell’autonomia della giurisdizione.
Questi capisaldi orienteranno la nostra azione sui molti ambiti di intervento in cui il CSM è chiamato ad operare. Ne indichiamo alcuni.
Il nostro impegno sul tema della dirigenza degli uffici giudiziari.
Vorremmo un sistema in cui i dirigenti vengano scelti in modo trasparente senza che residuino margini che consentano di cedere a logiche di appartenenza o di scambio. Vorremo un sistema in cui il dirigente di un ufficio giudiziario non è “capo” di alcunché. Vorremmo un sistema in cui il dirigente di un ufficio giudiziario è solo la persona che ha assunto la “responsabilità organizzativa” di un ufficio e che la esercita per un periodo di tempo limitato, per poi tornare al nobile impegno dell’esercizio della giurisdizione. Vorremmo un sistema che privilegi la temporaneità effettiva degli incarichi direttivi e semi-direttivi, e impedisca la formazione di un circuito di carriere parallele.
Per ottenere questi risultati servirebbero modifiche di rango primario. Ma qualcosa si può ottenere anche con una serie di interventi sulla normativa secondaria, che il CSM è chiamato a dettare. Ci proponiamo di:
- rendere “a monte” più chiaro ed esplicito il rilievo da attribuire ai vari indicatori attitudinali, attribuendo ad essi un valore che sia coerente con le esigenze degli uffici da coprire; ciò renderà più trasparente la decisione del CSM e meno praticabili le pratiche clientelari che non sono estranee al corpo della magistratura;
- elaborare regole che – nel rispetto della normativa primaria – limitino il rilievo attribuito allo svolgimento di incarichi fuori ruolo di nomina politica ai fini del conferimento di uffici direttivi e semidirettivi; ciò limiterà l’incidenza del peso delle contiguità con il mondo della politica sulle procedure di conferimento di incarichi direttivi;
- elaborare meccanismi che incentivino ciascun dirigente a portare a termine il proprio incarico prima di proporre domande per altri uffici e prevedere periodi di cesura di uno o due anni tra un incarico e la successiva domanda, disincentivando la creazione di circuiti di carriere parallele, anche al fine di favorire l’espletamento di periodi di esercizio delle ordinarie funzioni giurisdizionali; favorire la conclusione di un percorso è un vantaggio per il servizio giustizia perché impedisce la creazione di improvvise vacanze e pone al centro del percorso professionale l’esercizio delle funzioni giudiziarie;
- elaborare meccanismi procedurali che, in sede di conferimento e di conferma quadriennale, coinvolgano i magistrati dell’Ufficio di provenienza del candidato che ha ricoperto incarichi direttivi o semidirettivi e dell’ufficio amministrato dal dirigente in valutazione; oltre alla necessaria elaborazione dei progetti e alla misurazione “dei risultati”, riteniamo che l’ascolto dei magistrati dell’ufficio di provenienza o diretto dal magistrato sia una fonte di conoscenza fondamentale.
Il nostro impegno sul tema degli incarichi fuori ruolo e degli incarichi politici
Riteniamo necessario che il CSM si impegni per una radicale separazione tra politica e magistratura. Per questo ci proponiamo di prevedere l’impossibilità del ritorno alla giurisdizione (con applicazione in altro settore della pubblica amministrazione) per chi ha ricoperto incarichi di rappresentanza politica; l’indipendenza della magistratura si misura anche sulla capacità di rompere i legami con politica e con gli interessi di parte che sono stati rappresentati.
Le circolari sull’organizzazione degli uffici giudicanti e requirenti
Riteniamo che le circolari sull’organizzazione degli uffici giudiziari debbano assicurare alcuni risultati, che sono la precondizione per un esercizio della giurisdizione caratterizzato da autonomia e indipendenza anche interna. Riteniamo necessario:
- Rafforzare i momenti di partecipazione dei magistrati dell’Ufficio all’elaborazione del progetto organizzativo o della tabella degli uffici giudiziari;
- Rafforzare – al momento dell’elaborazione del progetto tabellare – i momenti di confronto con gli altri uffici giudiziari e con l’avvocatura;
- Rafforzare gli strumenti di monitoraggio sulla distribuzione delle risorse interne ai singoli uffici; è necessario evitare che alcuni settori della giurisdizione vengano trascurati o che alcuni magistrati si trovino ad esercitare la funzione in situazioni di perenne affanno; la qualità della giurisdizione è il risultato anche di un’equilibrata distribuzione delle risorse; l’effettività della giurisdizione può dirsi assicurata quando “tutti” i diritti trovano tempestiva risposta;
- Rafforzare i presidi posti a tutela del c.d. benessere organizzativo a tutela della salute e delle esigenze familiari.
- Prevedere limiti al tramutamento interno d’ufficio o all’applicazione endodistrettuale d’ufficio in modo che non possa essere previsto dopo la fine del primo periodo di spostamento d’ufficio un ulteriore tramutamento nel giro di due anni; la garanzia di un minimo di rotazione nelle funzioni suppletive diminuisce l’assetto gerontocratico degli uffici e l’applicazione diffusa dell’eccezione al principio di inamovibilità
La questione degli organici
Gli organici – già insufficienti di per sé – sono distribuiti sul territorio della Repubblica in modo non coerente con la domanda di giustizia. Questo comporta che alcuni uffici giudiziari vivono perennemente situazioni di estremo affanno organizzativo. Ciò determina effetti negativi a cascata: elevato turn-over; bandi di tramutamento che vanno deserti; aumento delle pendenze; ma, soprattutto, mancata risposta alla domanda di giustizia che quei territori esprimono.
È un risultato inaccettabile. Riteniamo necessario che il CSM:
- Previo svolgimento di una analisi ragionata, formuli proposte al Ministro della giustizia per una revisione della geografia giudiziaria;
- Modifichi la circolare sui tramutamenti, introducendo meccanismi che favoriscano l’individuazione e la copertura degli uffici giudiziari che vivono situazioni di inaccettabile sofferenza, secondo criteri razionali e predeterminati.
- Preveda che gli incentivi per la scelta delle sedi disagiate siano estesi anche a chi già svolge funzioni e permane nelle sedi.
Ci impegniamo inoltre a porre particolare attenzione a garantire che ottengano adeguate risorse – di dotazioni e di personale giudiziario e non – alcuni settori, spesso negletti: il mondo della famiglia e delle persone fragili (minori e famiglia e tutele); la magistratura di sorveglianza; la protezione internazionale.
La tutela dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura: le c.d. pratiche a tutela
Si ripetono con sempre maggiore frequenza gravi attacchi ai magistrati che – nell’esercizio delle loro funzioni – assumono decisioni sgradite alla contingente maggioranza politica. Si tratta di attacchi che sempre più spesso esorbitano dal sacrosanto diritto di critica dei provvedimenti giudiziari. Si tratta di attacchi gravi per i toni utilizzati – spesso sguaiati, gratuitamente offensivi, quando non violenti – e perché, spesso, provengono da persone che rivestono alti incarichi istituzionali
L’art. 36 del Regolamento del CSM statuisce che «gli interventi del Consiglio a tutela di singoli magistrati o dell’ordine giudiziario nel suo complesso hanno quale presupposto l’esistenza di comportamenti lesivi del prestigio e dell’indipendente esercizio della giurisdizione tali da determinare un turbamento al regolare svolgimento o alla credibilità della funzione giudiziaria».
Negli ultimi anni, troppe volte, il Consiglio superiore ha abdicato all’esercizio di tale alta responsabilità istituzionale: rinunciando di intervenire a tutela di un magistrato; tardando ad aprire la pratica a tutela; procrastinandone intollerabilmente la trattazione, e indugiando in calcoli e tatticismi che non sono all’altezza del mandato che la Costituzione affida al CSM.
Riteniamo necessario che il Consiglio superiore della magistratura torni ad esercitare – con le necessarie fermezza e serietà e, soprattutto, con le indispensabili tempestività e incisività – l’alto compito istituzionale che la Costituzione gli affida, promuovendo gli interventi a tutela dell’indipendenza e del prestigio dei magistrati e della funzione giudiziaria (le c.d. pratiche a tutela).
La tutela dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura: l’intelligenza artificiale
L’impatto delle nuove tecnologie sulla giurisdizione è un fatto di portata storica con il quale è inevitabile confrontarsi. Insieme alla promessa di una possibilità di aumentare produttività ed efficacia della risposta giudiziaria, l’illusione di un “soluzionismo digitale” porta con sé rischi molto concreti: tra essi, rischi di conformismo giudiziario e di “delega” alle macchine di attività di selezione del materiale probatorio rilevante.
Evidente, in questo scenario, l’esistenza – oltre ai vantaggi – di un concreto rischio che discende da un’introduzione poco sorvegliata dell’intelligenza artificiale nel mondo della giustizia per l’autonomia e l’indipendenza della giurisdizione.
Occorre pertanto avere garanzie sui dati che alimentano i sistemi di intelligenza artificiale, su conservazione dei dati, sull’architettura dell’algoritmo che ne governa il funzionamento. Occorre formazione degli operatori giudiziari su potenzialità e rischi di tali strumenti.
Perché il rischio è che – con un uso poco accorto dell’AI – le distorsioni cognitive introducano bias sistemici, ben più gravi dei bias individuali connaturali a qualsiasi attività di giudizio.
Occorre pertanto che il Consiglio superiore della magistratura rivendichi spazi di autentico controllo sui sistemi di intelligenza artificiale che vanno introducendosi nel settore giudiziario, essendo impensabile che di ciò si possa occupare il Ministro della giustizia. Che senso ha costituzionalizzare l’indipendenza del giudice e la sua soggezione solo alla legge se non si coltiva analoga pretesa in relazione a uno strumento di simile potenza e impatto?
La tutela dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura: l’azione disciplinare, le valutazioni di professionalità, le tabelle degli uffici
Riteniamo che indipendenza e autonomia passino attraverso un uso dell’azione disciplinare strettamente ancorato alla tipicità degli illeciti senza cedere ai tentativi di comprimere indebitamente la libertà di manifestazione di pensiero del magistrato anche quando costituisca critica ai provvedimenti giudiziari o alle scelte organizzative, così come ai tentativi di sanzionare il lavoro del magistrato che non risponda al criterio produttivistico di mero smaltimento delle sopravvenienze e dell’arretrato.
Riteniamo che la valutazione professionale del magistrato debba misurare l’idoneità delle attitudini professionali a svolgere il lavoro dell’ufficio ricoperto, senza che tale valutazione costituisca strumento per la costruzione di un percorso finalizzato all’ottenimento di incarichi direttivi. Riteniamo, inoltre, che debba essere regolamentato l’ambito di incidenza della sanzione disciplinare sulla valutazione dei prerequisiti di professionalità per evitare che vengano a crearsi situazioni di duplicazione di sanzioni.
Riteniamo importante che la organizzazione tabellare non si limiti ad essere un metodo di gestione dell’organizzazione dell’ufficio cui i dirigenti devono attenersi, ma diventi cultura diffusa nella magistratura cui la SSM deve dedicare approfondimenti sin dalla formazione iniziale, sì che i magistrati abbiano competenze per intervenire attivamente nella organizzazione e per interloquire con i consigli giudiziari.
La tutela dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura come questione di genere
Una delle trasformazioni più visibili dell’ordine giudiziario è stata la sua progressiva femminilizzazione. Oggi le donne sono oltre la metà dei magistrati in servizio.
Ma il rapporto tra i generi è molto diverso ove si guardi al numero delle donne e degli uomini che hanno incarichi direttivi e semidirettivi: quei dati restituiscono infatti l’evidenza di un’inclusione ancora non completamente paritaria anche in un rapporto di lavoro robustamente garantito dallo statuto costituzionale della magistratura e per quanto l’accesso a mezzo della selezione tecnica del pubblico concorso sia certamente il più idoneo a consentire pari occasioni alle donne.
Le ragioni di questa ancora significativa differenza nella presenza femminile nei ruoli direttivi della magistratura sono probabilmente diverse e su alcune poco può incidere il lavoro del Consiglio. E tuttavia deve riconoscersi che la diversa pressione dei fattori extralavorativi sui percorsi professionali di magistrate e magistrati, non solo quelli di accesso alla dirigenza degli uffici, non è ancora contrastata efficacemente dalle misure organizzative apprestate dall’autogoverno, che spesso non riescono a evitare che regole uguali per tutti pongano le donne, che di fatto si fanno carico del lavoro di cura in misura ancora prevalente, in una condizione di particolare svantaggio.
Per questo dovrebbe essere compito del Consiglio in primo luogo vigilare a che sia assicurata piena dignità tabellare alle previsioni delle circolari in materia di benessere organizzativo. Dovrebbe essere cioè sempre verificata, dal Consiglio e prima dai Consigli Giudiziari, l’inserzione da parte dei dirigenti, all’interno delle tabelle, non di generiche mozioni degli affetti, ma di effettive e preventivamente individuate misure organizzative dirette a garantire alle lavoratrici madri e in genere ai magistrati e alle magistrate che svolgano lavori di cura un’effettiva parità di trattamento.
A questo fine gli impegni di cura, da chiunque sostenuti, non dovrebbero essere trascurati al momento dell’individuazione dei titoli di preferenza già nella mobilità all’interno dell’ufficio, soprattutto quando essa sia resa necessaria dal raggiungimento del requisito della decennalità.
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Queste sono alcuni dei nostri proponimenti e il nostro impegno nel prossimo Consiglio superiore della magistratura. Li formuliamo con la serenità di chi si è sempre speso, senza ambizioni o interessi personali in questa direzione.
Abbiamo – negli ultimi anni – speso il nostro impegno: per una riforma del Testo unico della dirigenza giudiziaria che rendesse più oggettive e prevedibili le valutazioni del CSM; per una effettiva verifica del CSM al momento delle procedure di conferma per incarichi direttivi e semi-direttivi; per una sdrammatizzazione degli elementi di gerarchia nell’organizzazione degli uffici giudiziari; per un più tempestivo e autorevole ricorso alle c.d. pratiche a tutela.
Facciamo dunque queste proposte nutrendo l’orgoglio per un gruppo associativo che, da anni, spesso in direzione ostinata e contraria, si è speso per la trasparenza dell’azione del Consiglio superiore della magistratura e per il rafforzamento della sua capacità di intervento istituzionale. Continueremo a farlo e su questo chiediamo il vostro consenso.