Il ricordo di Magistratura democratica

La scomparsa di Franco Cordero

Il ricordo di Magistratura democratica

Rigoroso e geniale, graffiante e immaginifico. Nelle parole di Betta Cesqui, il ritratto di un grande Maestro: capace di straordinaria ironia e umanità, sempre pronto a mettere la sua sconfinata cultura al servizio dei valori collettivi, ma senza mai cedere al protagonismo mediatico.

Franco Cordero era un uomo schivo; potremmo dire, nell’accezione particolare che la parola assume quando si parla di vecchi gentiluomini piemontesi, un uomo burbero. Eppure capace di straordinaria ironia e umanità e con una consapevolezza del dovere civile di mettere la propria sconfinata cultura al servizio dei valori collettivi che costituisce un sublime esempio di aristocratica umiltà.

Non era facile coinvolgerlo in iniziative pubbliche, anzi aveva la fama di essere inaccostabile, e quando miracolosamente riuscii a ottenerne la disponibilità per la partecipazione a un convegno di MD che stavo organizzando in Cassazione e chiesi a Stefano Erbani, prezioso mediatore di quella disponibilità, come contattarlo per i dettagli, lui mi disse: “è semplice, il suo numero è sull’elenco del telefono”, e così credo sia stato fino a oggi.

Questo insignificante dettaglio, sarà la commozione per la sua morte, mi sembra oggi cogliere una cifra emblematica della sua personalità, insieme alla cortesia del tratto nella nostra conversazione telefonica e l’espressione piacevolmente sorpresa che gli attraversò lo sguardo quando andai, come segno di cortesia, ad accoglierlo all’ingresso della Corte per accompagnarlo nell’aula del convegno.

Il suo intervento fu magistrale, asciutto e avvincente. Era il febbraio del 2004 e il tema in discussione era quello del rapporto tra il giudice e l’interpretazione della legge, ma non c’era nessun compiacimento accademico in quell’incontro: il 21 gennaio il Senato aveva approvato in prima lettura la riforma dell’ordinamento giudiziario e nel disegno di delega era inserita una previsione che vincolava il legislatore delegato a introdurre come illecito disciplinare: “l’adozione di atti e provvedimenti il cui contenuto palesemente e inequivocabilmente sia contro la lettera e la volontà della legge o costituisca esercizio di una potestà riservata dalla legge ad organi legislativi o amministrativi ovvero riservata ad altri organi costituzionali”, nel testo approvato  in commissione c’era addirittura un riferimento censorio della “giurisprudenza creativa”.

Era all’evidenza il precipitato della filosofia di fondo della riforma dell’ordinamento giudiziario: mortificare l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati limitandone l’azione nell’attività giurisdizionale e ricostruendo meccanismi vincolanti di carriera per ottenere, per dirla proprio con le parole di Cordero “Tribunali servizievoli, sillabanti le formule dettate dagli eletti”.

Questa era la posta in gioco nella cornice di una male interpretata supremazia della politica che, nell’ottica di un distorto maggioritario, attribuiva a chi aveva avuto la maggioranza parlamentare il monopolio assoluto del potere.

Quale ostacolo fosse per questo disegno una magistratura autonoma era fin troppo evidente. Questo tema era stato al centro del congresso di MD in una memorabile tavola rotonda coordinata da Franco Ippolito con Giuliano Amato e Stefano Rodotà. Il giorno dopo il convegno, si sarebbe aperto a Venezia un congresso dell’ANM che avrebbe segnato un punto fermo nella difesa dei valori della giurisdizione. Sulla base della consapevolezza della gravità della sfida si era mobilitata la coscienza civile del paese anche attraverso le sue intelligenze più raffinate.

Sembra una storia ormai lontana, mentre invece bisognerebbe tenere vivo il ricordo di quella stagione perché si corre il rischio di sminuire in aneddotica la successione delle leggi ad personam, che pure non erano uno scherzo, dimenticandone il nesso con un più radicale, certamente il più radicale fino ad allora, tentativo di riassetto degli equilibri istituzionali nel bilanciamento dei poteri: la  convinzione che il sistema maggioritario invece di richiedere, come richiede, un più penetrante sistema di contrappesi, innesti una “presa diretta” tra il paese e la sua rappresentanza  parlamentare, conferendo a questa una posizione di supremazia rispetto agli altri poteri.

Non dimentichiamo che proprio in quel periodo fiorì d’imperio in tutte le aule di giustizia la citazione monca dell’art. 101 della Costituzione “la giustizia è amministrata in nome del popolo”. Era proprio la parte mancante del 101, “i giudici sono soggetti solo alla legge” a dare il senso di quel cortocircuito tra il “popolo sovrano” e la maggioranza parlamentare che esso esprime attraverso il voto, che costituiva l’inebriante scoperta e l’obbiettivo dei nuovi governanti. Il nuovo millennio ci ha poi portato inedite e rinnovate versioni della medesima illusione, ma oggi non parliamo di questo.

La più raffinata delle intelligenze che si sentì in dovere di contrastare questo disegno fu quella di Franco Cordero e lo fece in un modo inedito e geniale, diventando ironico, iperbolico, graffiante, immaginifico polemista, senza mai cedere al protagonismo mediatico, centellinando le apparizioni pubbliche (lo ricordo in qualche rara occasione televisiva) e inventando una cifra comunicativa nella quale l’abbinamento con le vignette di Altan coglieva il cuore del messaggio senza banalizzarlo.

Ma questo non può far dimenticare la rigorosa lezione scientifica che tanti di noi hanno tratto dal suo manuale sulla procedura penale, nata come ancella povera delle dottrine processuali e tardivamente assunta ad autonoma dignità, che a ogni edizione diventava più ricco di squarci illuminanti sulla storia degli istituti, di lapidarie definizioni e di folgoranti connessioni che nascevano dalla sconfinata sapienza dell’autore e sfidano ancora il lettore a confrontarsi con i problemi e a rifuggire atteggiamenti di passivo recepimento delle soluzioni, per non parlare delle vette dei suoi testi scientifici e letterari, da “Riti e sapienza del diritto” a “Gli osservanti”.

Per questo abbiamo tutti un debito di riconoscenza nei confronti di Franco Cordero e dovremmo tenere tutti a mente il suo numero nell’elenco telefonico dell’eternità.

10/05/2020

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