L’esercizio indipendente della giurisdizione in terra di mafia

Il “caso Calabria”

L’esercizio indipendente della giurisdizione in terra di mafia

Eccessi mediatici, esaltazione di conflitti personali e risorse umane limitate mettono a nudo le difficoltà della giurisdizione in Calabria.

La trasparenza e la comprensibilità dell’azione giudiziaria, al fine di garantire un’informazione efficace, ma anche sobria ed equilibrata, costituiscono i cardini della delibera adottata dal CSM nel 2018 per dettare ai magistrati le Linee Guida di una corretta comunicazione istituzionale.

La comunicazione quale strumento per aumentare la fiducia dei cittadini nella Giustizia e nello Stato di diritto, e indurli così a liberarsi dal giogo mafioso, è una parte sensibile del lavoro delle Procure Antimafia maggiormente coinvolte sul fronte del contrasto ai fenomeni criminali più pervasivi. Una comunicazione efficace e trasparente, infatti, rafforza le Istituzioni e mette in crisi il mito dell’invincibilità mafiosa, che a sua volta alimenta la capacità di siffatte organizzazioni di generare quell’intimidazione assoggettante che annichilisce i diritti dei cittadini.

Un compito fondamentale, demandato alla magistratura requirente al fine di garantire un’informazione imparziale ed obiettiva, consapevole dell’intrinseca precarietà degli accertamenti acquisiti, in vista della loro verifica nel contraddittorio con le difese e nel rispetto di ogni tutela e garanzia prevista dalla Costituzione.

Le recenti dichiarazioni rilasciate dal Procuratore della Repubblica di Catanzaro in merito all’indagine c.d. Rinascita-Scott, seppur mosse dall’avvertita necessità di ribaltare la percezione pubblica di inviolabilità di santuari criminali, hanno trasmodato, purtroppo, in eccessi dialettici che rischiano di mettere in crisi il senso dell’azione giudiziaria e il ruolo della magistratura.

Anche nei distretti a più alta densità criminale, infatti, è indispensabile garantire il diritto dell’indagato a non subire condanne mediatiche e preservare l’equilibrato ruolo dei giudici che dovranno pronunciarsi sull’ipotesi accusatoria nella fase cautelare e in quella di merito.

È, inoltre, illusorio, fuorviante e improprio attribuire all’indagine penale finalità palingenetiche delle strutture sociali e dei sistemi politico-amministrativi. Decenni di impegno nel contrasto al fenomeno mafioso, non solo della magistratura e delle forze di polizia, ma di tanti cittadini, singoli e associati, hanno fatto crescere la consapevolezza che l’indagine penale è solo uno degli strumenti che contribuisce alla disarticolazione delle strutture criminali.

Fare affidamento sulle capacità messianiche di singoli magistrati o Uffici Giudiziari serve soltanto ad aggirare le reali problematiche sottese alla fascinazione intimidente che garantisce il perpetuarsi del fenomeno criminale.

Un tale atteggiamento rischia inoltre di vanificare le puntuali attività di contrasto consolidate nel lavoro collettivo di tutti i magistrati degli Uffici requirenti, oltre che deresponsabilizzare il singolo cittadino e il governo della cosa pubblica. Si potrebbe così essere indotti a confidare nell’azione salvifica di imponenti azioni giudiziarie, senza mai mettere al centro dell’agenda politica le problematiche strutturali che relegano la Calabria ai margini economici e politici del Paese, generando – nell’assordante silenzio di concrete iniziative politiche – una diaspora giovanile sempre più imponente, a cui solo la ‘Ndrangheta sembra dare illusorie risposte. È il pericolo che si corre quando, esaurito il clamore di un’azione giudiziaria pur imponente, la quotidianità non offre alcuna concreta alternativa alle proposte dell’organizzazione criminale.

Nel contempo la cittadinanza registra, attonita, le dichiarazioni pubbliche del Procuratore Generale di Catanzaro, che, affermando di non sapere nulla dell’indagine, sottolinea l’inesistenza di relazioni di coordinamento con l’Ufficio distrettuale e pronostica esiti processuali infausti per l’iniziativa cautelare già vagliata da un Giudice. Un intervento, quello del Procuratore Generale, che rischia di delegittimare l’intero Ufficio distrettuale, in attesa della prima verifica del risultato cautelare, sottoposto al Tribunale del Riesame.

Quest’ultimo sarà chiamato a pronunciarsi su una mole imponente di impugnazioni che i ristretti tempi decisionali imposti dalla legge affideranno ad un numero limitato di giovani magistrati, che, con il loro straordinario impegno, dovranno gestire un enorme carico di lavoro e garantire il diritto degli indagati ad una serena e pacata valutazione delle loro ragioni, nella prima occasione di più ponderato contraddittorio difensivo.

Nell’auspicare, pertanto, che vengano al più presto assunte iniziative adeguate per fronteggiare l’emergenza giudiziaria degli uffici calabresi, esprimiamo la nostra solidarietà ai colleghi chiamati ad operare in questa difficile situazione, resa ancora più complessa da anomale e contrapposte pressioni, certi che sapranno salvaguardare l’indipendente esercizio della giurisdizione.

Eccessi mediatici, esaltazione di conflitti personali e risorse umane limitate mettono a nudo le difficoltà nell’esercizio della giurisdizione in Calabria, evidenziando la necessità di una più efficace politica dei trasferimenti interni alla magistratura ed un’urgente rivisitazione degli organici di quei distretti.

La vicenda ci rammenta anche l’illusione di una azione di contrasto alla criminalità organizzata che, se fosse interamente squilibrata sul versante della mera repressione penale,  perderebbe di vista l’essenza dei problemi economici e culturali che sono la causa della pervicace resistenza del fenomeno mafioso.

28/12/2019

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