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I test psicoattitudinali per i magistrati - utile strumento di selezione o mortificante dispositivo di controllo?


La riforma che impone, per l’accesso in magistratura, una valutazione psicoattitudinale, ha suscitato reazioni unanimemente negative. Non solo da parte dei magistrati, additati come potenziali squilibrati; ma anche dagli accademici e dai professionisti che si occupano di psicologia.


Questi ultimi hanno messo in luce con chiarezza da un lato che lo strumento era assolutamente inidoneo a diagnosticare un disturbo psichico, anche se franco, a meno che non vi sia la collaborazione del paziente, evento assai remoto nell’ambito di un concorso; dall’altro l’errore che segna l’idea fondante della scelta legislativa, secondo la quale il magistrato gravato da un disturbo psichico diventa per ciò stesso un pericolo per i consociati e per l’equilibrio delle sue decisioni.


Si conferma allora quella che sembra essere una delle cifre della politica della maggioranza, e cioè l’approssimazione. Argomenti delicati, indagini complicate, problemi complessi, vengono banalmente semplificati. Si giustifica, ad esempio, l’obbligo del test per il magistrato del pubblico ministero, in quanto “capo” della polizia giudiziaria (che ai test è obbligata); in questo modo, oltre a tradire la vera concezione della magistratura, si dimentica che il ruolo del magistrato, e per primo del pubblico ministero, non è essere capo, ma piuttosto essere garante dei diritti dei cittadini.


La sezione veneta di Magistratura democratica va dunque ringraziata per questo primo e importante incontro, nel quale si sono confrontati Sarantis Thanopulos, presidente della Società Psicoanalitica Italiana, Mimma Miele, eletta al Consiglio Superiore della Magistratura per Magistratura Democratica, Tommaso Bortoluzzi, presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Venezia.

30/05/2024

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