Selezionare i magistrati è una questione democratica

In questa settimana si sono tenute le prove scritte del concorso per l’accesso alla magistratura ordinaria. Per tante giovani persone sono stati giorni di ansie, dubbi, aspettative, vissuti all’esito di percorsi di studio lunghi e sempre faticosi. Giorni che chiunque quel concorso l’abbia superato ricorda, anche a distanza di tanti anni, con grande vividezza, come tra i più importanti della propria vita.


Ma le prove che queste e questi giovani hanno sostenuto non riguardano solo loro, perché come si selezionano i magistrati è un fatto di primario interesse pubblico, riguarda tutta la comunità nel cui nome la magistratura – frutto di quella selezione – amministra la giurisdizione.


D’altra parte è certo che i criteri selettivi che si adottano per scegliere i vincitori di una qualunque procedura concorsuale riflettono necessariamente l’idea che i selezionatori hanno delle qualità e dei saperi che si aspettano di trovare in chi superi la selezione.


Nei giorni del concorso è allora utile tornare a chiedersi quali qualità, quali saperi dovrebbe avere una persona che aspiri a fare il magistrato, in un quadro costituzionale in cui la magistratura, corpo professionale selezionato per competenza, è indipendente da ogni altro potere e soggetta solo alla legge e in cui i magistrati si distinguono soltanto per funzioni. E più in generale quali qualità e quali saperi servono per fare il magistrato in un sistema che assegna al diritto la tutela dei diritti fondamentali di tutte le persone.


Oggi probabilmente il più rilevante di questi saperi è comprendere la complessità. Perché il giudice si trova oggi al centro di un sistema molto articolato di tutele, previste da disposizioni di diversi ordinamenti e che, molto spesso, contengono precetti espressi in clausole generali o norme aperte. Al tempo stesso, di fronte a cambiamenti tumultuosi, sempre più di frequente gli è chiesto di essere “mediatore tra leggi vecchie e fatti nuovi” (Paolo Grossi), di riconoscere nei mutamenti sociali il volto nuovo dei diritti, dando risposte a domande mai fatte prima e alle quali egli non può mancare di rispondere, perché “le omissioni del legislatore, considerate comunque il frutto di una scelta politica, possono non essere sanzionate, se non nei modi propri della politica. Il giudice invece si trova di fronte al problema della denegata giustizia, dell’inammissibilità del non liquet” (Stefano Rodotà).


Una cultura della complessità richiede allora essenzialmente padronanza dei principi, delle relazioni e delle gerarchie tra gli ordinamenti e tra le norme, molto più che conoscenza puntuale delle soluzioni raggiunte su questione specifiche in un dato tempo, perché in un tempo diverso, anche molto prossimo, potrebbero essere diverse non solo le soluzioni, ma anche le questioni.


Ce ne accorgiamo nel nostro lavoro quotidiano, specialmente oggi, che sono facilmente accessibili norme e decisioni e la vera difficoltà è piuttosto ricostruire il quadro, spesso frammentato, che le norme e le decisioni restituiscono e collocarvi i casi su cui dobbiamo decidere.


Questa è una prima ed essenziale ragione per ritenere l’inopportunità di affidare la selezione concorsuale a tracce estremamente specialistiche (quali quelle proposte alle prove svoltesi in questi giorni): serve poco a far emergere le conoscenze di sistema dei candidati e molto a favorire chi abbia avuto l’opportunità di trattare proprio quel tema specifico, che è cosa di per sé per niente indicativa del possesso di adeguate competenze.


Ce ne è anche un’altra, non meno rilevante e che pure ha a che fare con la selezione dei magistrati come questione democratica: una selezione orientata sui principi e le conoscenze di sistema, più che sulle ultime decisioni di legittimità, è accessibile a chiunque abbia un’adeguata preparazione universitaria, con una diligenza e un impegno commisurati all’importanza della funzione cui si aspira. Per contro, incentrare i criteri di scelta sulla conoscenza aggiornata ed estesa dei precedenti giurisprudenziali, in materie molto ampie, richiede quasi naturalmente agli aspiranti di affidarsi a scuole e corsi che consentano di acquisire tali conoscenze in modo sistematico.


Scuole e corsi dai costi non accessibili per tutti, quando, al contrario, è senz’altro interesse della collettività che un criterio soltanto non serva per selezionare i giudici: quello della disponibilità economica e della provenienza sociale dei candidati e delle loro famiglie.