Magistratura democratica sulla Corte penale internazionale

L’affermazione del diritto internazionale risponde al bisogno dell’umanità, avvertito come vitale da tutti i popoli, di limitare la violenza bellica attraverso il diritto. Sappiamo che esiste, nella Carta delle Nazioni Unite, uno Jus contra bellum che proibisce l’uso o la minaccia della forza tranne che nel  caso di legittima difesa ma il problema è che sono le grandi potenze a decretare l’effettiva applicazione  del diritto internazionale e, in questo momento storico, è evidente come esse non abbiano alcuna intenzione di autolimitarsi nella tutela dei propri interessi economici e di espansione territoriale.

Il percorso che ha portato all’approvazione, il 17 luglio 1998 a Roma, dello Statuto della Corte penale internazionale non è stato lineare e ha anzi incontrato molte battute d’arresto per poi trovare, però, una notevole accelerazione negli ultimi trent’anni, il che ha consentito di superare la precedente esperienza dei Tribunali internazionali ad hoc (costituiti per giudicare esclusivamente crimini commessi in un dato periodo storico e in una determinata area geografica) e di realizzare un sistema di giustizia penale internazionale permanente e a vocazione universale, il quale può giudicare tutti i  crimini internazionali (genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e crimine di aggressione) commessi dopo l’entrata in vigore dello Statuto nei territori o da cittadini degli Stati parte.

Le principali grandi potenze che si contendono lo scacchiere internazionale non hanno aderito a questo sistema (Stati Uniti e Russia hanno firmato ma non ratificato lo Statuto, mentre la Cina non lo ha  firmato né ratificato) ma la Corte, nel corso dei suoi primi vent’anni di attività, ha comunque  svolto il proprio lavoro e nell’ultimo periodo ha spostato il proprio focus da casi prevalentemente inerenti a Stati africani verso casi coinvolgenti anche le grandi potenze, come avvenuto per i noti casi dei mandati d’arresto emessi contro il presidente russo e il primo ministro israeliano.

Questo passaggio, che segna proprio il tentativo concreto e non solo simbolico della Corte di realizzare la speranza per cui è nata, di limitare la violenza bellica anche quando perpetrata dalle  grandi potenze, ha scatenato reazioni forti. C’è stato il processo in contumacia svoltosi nel 2025  nella  Federazione russa contro i magistrati della Corte, conclusosi con la condanna a quindici anni di reclusione e l’inserimento dei magistrati nella lista dei ricercati. Risale sempre al 2025 il primo pacchetto di sanzioni  emesso dal presidente americano Trump, con un ordine esecutivo (Imposing Sanctions on the International Criminal Court), con il quale sono state sanzionate, a livello individuale,  determinate persone associate alla Corte. Mentre il  9 ottobre 2026  gli Stati Uniti sono andati anche oltre,  inserendo  la Corte stessa, come “persona giuridica”,  nella lista delle Specially Designated Nationals and Blocked Persons dell’OFAC, l’ufficio del Dipartimento del Tesoro che amministra le sanzioni.

A seguito di ciò è quindi oggi concretamente messa a rischio la stessa possibilità della Corte di funzionare, in quanto le sanzioni americane consistono notoriamente in un divieto generalizzato per tutti gli operatori economici di continuare a operare con l’ente sanzionato, con conseguente estromissione del soggetto colpito dai principali circuiti bancari, assicurativi e di fornitura di servizi informatici e con la conseguenza che la Corte potrebbe quindi trovarsi, nel breve termine, nella situazione di essere costretta a interrompere la propria attività.

Di fronte a una tale condotta, che deliberatamente si propone lo smantellamento del diritto internazionale e,  con esso,  della tutela dei diritti umani (da parte di un paese che ha recentemente reso noto di voler procedere a “fucilazioni pubbliche”, trasmesse in streaming,  di condannati a morte),  rende evidente che l’Europa si trova oggi a un bivio. Cedere ai ricatti economici e alle minacce di queste potenze,  che hanno ormai preso  la strada della guerra, delle aggressioni, del rifiuto di ogni forma di controllo e della repressione del dissenso,  oltre che  della violazione sistematica dei diritti universali, implicherebbe lo snaturamento della stessa idea di Europa, la quale  si fonda sul mutuo riconoscimento dei diritti umani e del multilateralismo come alternativa irreversibile all’uso della forza bellica.

Riteniamo quindi indispensabile  che la Commissione europea avvii immediatamente il procedimento per estendere alla Corte penale internazionale il cosiddetto «statuto di blocco» dell’Unione europea (EU Blocking Statute), il quale  ha la propria base normativa nei Regolamenti 2271/96 (e  relativo allegato),  2018/1100 e 2018/1101 ed è lo strumento giuridico appositamente pensato per impedire che determinate sanzioni emesse da paesi terzi, soprattutto quelle con effetti extraterritoriali, costringano cittadini e imprese europee a rinunciare ad attività lecite secondo il diritto dell’Unione.

Occorre una modifica delle fonti europee citate per ricomprendere la Corte – la quale,  in quanto organizzazione internazionale, ha uno status giuridico diverso da quello delle persone giuridiche costituite nell’Unione – tra gli enti beneficiari  dello statuto di blocco  e attivarlo con estrema urgenza, per vietare a tutti gli enti economici che operano nell’Unione (banche, fornitori informatici, assicuratori e altri operatori) di conformarsi alle sanzioni statunitensi emesse contro la Corte, onde consentirle di continuare a operare.

Senza questa contromisura, le dichiarazioni di sostegno e solidarietà alla Corte resterebbero  del tutto inefficaci e sarebbero solo un impercettibile rumore di fondo mentre si consuma la distruzione  di fatto della Corte da parte di un paese terzo.  L’Europa deve dimostrare con i fatti di voler continuare a esistere e a fondarsi sui valori per i quali è nata e non può consentire la distruzione dall’esterno delle proprie istituzioni di garanzia a piacimento delle grandi potenze che non le gradiscono.

Lo ha ricordato con parole molto incisive anche la ex Giudice della Corte penale internazionale, Navi Pillay, la quale, dopo essere stata insignita del premio Nobel per la pace, ha voluto immediatamente recarsi in visita alla Corte, e ha dichiarato “Per quanto riguarda l’Italia e i governi europei, vorrei ricordare loro che l’Unione europea ha ricevuto il premio Nobel per la Pace. Lo ha ricevuto perché l’Europa era riuscita a evitare grandi conflitti dopo la Seconda guerra mondiale. Sono questi i principi che dovrebbero continuare a difendere, impegnarsi a fermare i conflitti prima ancora che comincino. Le violazioni dei diritti umani, o anche i primi segnali di queste violazioni, possono essere un avvertimento dell’arrivo di crimini molto più gravi”.

L’Esecutivo di Magistratura democratica