È stato sottoscritto ieri dal Ministero della Giustizia e dalle organizzazioni sindacali firmatarie del contratto nazionale – con l’esclusione di Cgil e Unione sindacale di base – il nuovo ordinamento professionale del personale giudiziario, fermo ormai dal 2010.
Si tratta, tuttavia, sotto molti profili, di un’occasione mancata. Il testo non riesce ad adeguare in modo efficace i profili professionali alle profonde trasformazioni intervenute negli ultimi quindici anni, dal processo civile telematico all’introduzione dell’ufficio per il processo.
L’impianto appare ancora ancorato a una logica frammentata: prevede diverse famiglie professionali “a esaurimento”, conferma una eccessiva parcellizzazione delle competenze e alimenta forme di microcorporativismo che rischiano di ostacolare l’efficienza complessiva del sistema.
Manca, soprattutto, una visione proiettata al futuro: risultano deboli l’attenzione alla formazione digitale, l’investimento nelle competenze innovative e la valorizzazione delle nuove professionalità che l’impiego crescente dell’intelligenza artificiale inevitabilmente richiederà.
Particolarmente significativa è, inoltre, la sostanziale scomparsa delle figure introdotte con il Pnrr, a partire dagli addetti all’ufficio per il processo, che hanno contribuito in modo determinante all’adozione di nuovi modelli organizzativi e al miglioramento dell’efficienza della risposta giudiziaria.
In questo contesto, non sorprende che molti giovani altamente qualificati abbiano scelto di orientarsi verso altre amministrazioni, percepite come più dinamiche e attente alla crescita professionale.
Gli uffici giudiziari avrebbero invece bisogno di investimenti strutturali, formazione continua, una chiara visione strategica e politiche del personale capaci di attrarre e valorizzare le competenze migliori.
l’Esecutivo di Magistratura democratica