Intervento di Emilio Sirianni

Divisivo: una sineddoche

Ricorrere a una sineddoche è forse il modo migliore per provare a dire le tante cose che mi premono nel breve spazio di un intervento congressuale e la miglior sineddoche credo sia la parola “divisivo”.

Sciascia, inizia uno dei suoi scritti più belli e divisivi, quello sull’affaire Moro, con un’immagine potente: la visione, in una passeggiata serale, di una lucciola nella crepa di un muro, quando ormai si era convinto che le lucciole fossero definitivamente estinte. Utilizza quell’immagine per evocare l’amato Pasolini e la sua inesausta opposizione al regime democristiano che aveva deturpato il volto del paese, dicendo che il poeta “voleva processare il Palazzo in nome delle lucciole”. Ha dapprima l’impressione che sia una fenditura, uno “schisto”, nel muro e solo dopo si accorge che è una lucciola e parte da quella lucciola per aprire, con le sue domande, crepe profonde nel muro compatto della verità ufficiale e mettere a nudo miserie, ipocrisie ed opacità delle Istituzioni, dei Partiti e dei media nei giorni del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro. Domande divisive, ma che ancora oggi interrogano la coscienza collettiva del paese. Forse erano questo allora le lucciole per il grande intellettuale siciliano: domande, domande scomode, ma necessarie.   

MD ha smesso di porsi domande scomode 30 anni fa, al tempo dalle stragi di Capaci e Via d’Amelio e da Mani Pulite. Prevalse doverosamente, l’esigenza di non dividersi davanti all’orrore e sotto la pressione crescente del potere politico ed economico, di fronte ai reiterati tentativi di sbarazzarsi dell’indipendenza della magistratura. Non erano tempi per schisti nel muro compatto della magistratura. 

E così, impercettibilmente, abbiamo iniziato ad allontanarci dai luoghi ideali in cui si perpetuava il conflitto fra il potere ed i senza potere ed a recidere i legami con i soggetti collettivi, spesso diversi da quelli di un tempo, che agivano quel conflitto. Da quei luoghi in cui donne e uomini si battevano per difendere i diritti del lavoro, dell’ambiente e del territorio, il diritto a non patire discriminazioni per ragioni di religione e origine etnica, di genere e di identità di genere. Ci allontanammo dai mille luoghi in cui era negato il diritto di avere diritti, anche quando ubicati all’interno dei palazzi di giustizia.

Il solo assillo divenne la perdita dei consensi nelle tornate elettorali che scandivano, implacabili, il succedersi degli anni. L’unico impegno quello di suturare le residue faglie identitarie che avrebbero reso MD così indigesta ai tanti magistrati che (si diceva) avevano oramai da tempo introiettato i nostri valori.

Si scelse (nella versione più nobile e credo maggioritaria di chi ha creduto nella vicenda di Area) di porre la nostra strutturata identità (altra efficace sineddoche!), il nostro essere, in contrapposizione dialettica con quella altrui e siccome, nello specifico, l’altro era un gruppo che nella liquidità identitaria aveva la propria cifra, il secondo termine del confronto può hegelianamente ben definirsi come “non essere”, il nascente nuovo soggetto rappresentandone la sintesi. La stessa inversione logica rimproverata da Marx al grande filosofo di Stoccarda: aver posto “il producente (nel nostro caso AREA) come prodotto del suo prodotto (l’auspicata sintesi fra i due gruppi)”.

Non è andata benissimo. Giunti al culmine dell’“orror divisio”, ci è esplosa sul grugno la questione morale e ci è toccato assistere, estraniati, al sublime paradosso della “secessione della classe dirigente” che non voleva esser divisiva. 

Occorre far sì che tornino le lucciole e sembra stia già accadendo. Ritornare a fare domande divisive, partendo proprio da quelle che non facemmo all’inizio di questo trentennio, oggi non più eludibili, sul lato oscuro dell’epopea di Mani Pulite (ché nessuna vicenda storica è fatta di sola luce). Quando tacemmo sul tragico sostanzialismo che voleva cessati i pericoli d’inquinamento probatorio e aperte le porte delle carceri solo dopo ampia confessione di indagati in vinculis. Quando assistemmo, forse a disagio, ma rigorosamente muti, alla celeberrima conferenza stampa dei PM dai volti tirati e barbe incolte che sbarrò sì la strada ad un atto legislativo incostituzionale, ma la aprì a quella commistione di legittimazioni che adesso ci presenta un conto salato. Adesso che a reclamare legittimazione, non più in virtù di sapere tecnico, imparzialità e indipendenza, ma del consenso platealmente sollecitato, non è solo qualche protagonista di quelle lontane vicende ormai avviato lungo un triste viale del tramonto, ma anche una folta schiera di epigoni in tredicesima. Alfieri del populismo giudiziario che dilaga.

Troppe domande per un intervento congressuale. Faccio allora un salto di 30 anni e provo a porne almeno alcune che ci portano all’oggi. Oggi che siamo tutti d’accordo ad individuare nell’eccessivo potere dei dirigenti, soprattutto degli uffici di Procura, la principale causa della deriva etica della magistratura.

Pur apprezzando il grande spessore culturale del pezzo di Giovanni Salvi sulla legittimazione democratica del PM, basta la mera affermazione della natura non vincolante delle “interlocuzioni”, ex art.6 dlgs106, fra la Procura della Cassazione e le altre Procure Generali ad evitare il rischio che, nei fatti, esse operino come direttive? Con conseguente rinuncia ad ogni contenimento, costituzionalmente orientato, del principio di titolarità esclusiva dell’azione penale affermato dall’art.1? Ad evitare il rischio di uno slittamento semantico della nomofilachia dal terreno dell’autorevolezza a quello dell’autorità?  E non vi è traccia di questo slittamento quando è definita “esasperazione” l’ipotesi di un sostituto procuratore “autonomo nell’interpretazione della legge”? Ché un giorno potrebbe esservi un Procuratore Generale meno illuminato di Giovanni a dare “interlocuzioni” su misure alternative per i detenuti privi di alloggio, colpa medica o insolvenza di impresa. 

Care compagne e cari compagni, ora che paiono tornate le lucciole, facciamo voto d’accoglierle e proteggerle se ancora ci teniamo a render meno “turpe” la giurisdizione che lasciamo a chi si accinge a sostituirci.