Intervento di Simone Silvestri

Nella relazione introduttiva Mariarosaria ci ricorda qual è il senso di essere magistrati democratici.

Donne e uomini che esercitano il potere della giurisdizione al servizio dell’istanza emancipatrice dettata dalla Costituzione alla Repubblica al comma secondo dell’articolo 3;

donne e uomini che affrontano con gli strumenti del diritto la complessità delle questioni del presente con lo sguardo volto all’esterno;

uno sguardo attento alle trasformazioni e ai cambiamenti che portano con sé anche nuove disuguaglianze, le nuove forme in cui si esprime il conflitto di classe e lo sfruttamento;

uno sguardo attento alle forme nelle quali lo Stato declina l’uso dell’autorità e della forza a corollario di quelle disuguaglianze.

Da una parte l’ANALISI DEL PRESENTE con apertura al punto di vista esterno, alle sollecitazioni culturali provenienti da chi studia i conflitti (giuristi, economisti, sociologi, storici, filosofi, medici) e da chi vi si confronta sul campo (sindacato, cooperative, associazionismo, volontariato),

Dall’altra la traduzione di quella conoscenza nell’APPLICAZIONE DELLA NORMA al caso concreto attraverso un’opera di interpretazione che la renda conforme alla Costituzione,

e nella PROMOZIONE COLLETTIVA DI UN’IDEA DI INDIPENDENZA fondata sulla legittimazione democratica piuttosto che sulla difesa di stampo corporativo di un concetto individualistico di autonomia, basato su una posizione di forza e privilegio.

 

Non ho creduto nella scelta politica di Magistratura democratica, di ormai quindici anni fa, di strutturare la propria azione associativa allargandola a collettivi o soggetti che prescindessero da questa visione, non mi sono iscritto ad AREA e ho firmato il documento per una nuova Md autonoma.

L’inizio delle esperienze politiche che hanno visto coinvolte in responsabilità di governo le forze di centro sinistra ha avuto, con il tempo, un peso anche nella radicalità della visione di Magistratura democratica.

Molti di noi hanno iniziato a ragionare su nuove modalità con cui influire positivamente nell’autogoverno e, oltre ai contenuti, si è iniziato a prestare attenzione alla forza dei numeri. Dalla contaminazione delle idee siamo passati alla ricerca del consenso.

La riforma dell’ordinamento giudiziario e del sistema elettorale del CSM hanno, poi, dato una forte spinta a questa tendenza.

Perché ci ha ossessionato la mancanza di giovani iscritti piuttosto che l’allontanamento di tanti militanti? che senso ha avuto cercare i trentenni, mentre i cinquantenni si fermavano, non partecipavano più alle iniziative e alle riunioni, spesso si appellavano alla frase: “io ho già dato”? Magistratura democratica ha perso campo anche perché molti di noi l’hanno sentita troppo impegnativa.

Se è il numero che ci interessa e se gli ingressi in magistratura riguardano una popolazione meno giovane e anagraficamente distante dalle esperienze collettive di lettura dei conflitti sociali, è risultato naturale essere meno radicali, allargando (o direi limitando) i temi di dell’azione politica all’efficienza, all’innovazione, alle buone prassi, all’organizzazione, alla regolamentazione della discrezionalità nelle scelte ordinamentali e riducendo il tempo e lo spazio del nostro sguardo al mondo.

Sembra un paradosso, ma con la nuova struttura che ci siamo dati in AREA non abbiamo cercato i giovani per aumentare o mantenere vivo il tasso di radicalità, ma, al contrario, ci siamo via via spostati su posizioni più moderate, per confortarli (e per confortarci) nel loro status e per promettere che, contando di più, avremmo potuto tutelarli.

E in questo abbiamo adottato una ricetta comune alle altre correnti storiche, salvo iniziare a dire, qui sì copiando il declino della sinistra, che il nostro tratto distintivo non era più l’eresia, la rottura dei meccanismi giuridici e dei sistemi di potere che perpetravano le disuguaglianze, ma il rispetto delle regole, assunto a criterio valoriale di buona gestione del servizio giustizia  e di garanzia di indipendenza.

Abbiamo, così, polarizzato il confronto non su una visione politica, ma su una precondizione che dovrebbe accomunare tutti gli attori, progressisti o conservatori che siano.

E su questa china ci siamo persi, perché da una parte è emersa sempre più evidente la mancanza di contenuti originali capaci di attrarre consenso e dall’altra si è rivelata impossibile l’interlocuzione con chi abbiamo delegittimato.

La credibilità del fronte progressista si è poi incrinata del tutto da quando non siamo stati capaci ad essere i primi a elaborare politicamente le nostre cadute morali. E non penso solo al caso dell’Hotel Champagne, perché quello semmai va benedetto come l’eccesso, il sintomo che svela la vera malattia, ossia l’essersi adeguati a modulare istanze che erano individuali spacciandole come collettive.

La strategia, come la chiamerebbe qualcuno, non ha pagato.

La necessità di tenere salda AREA di fronte alle spinte anticorrentizie e alla riscossa della proposta individualista di Magistratura indipendente ha limitato, se non escluso i momenti di confronto interno tra diverse anime che si sono più volte trovate distanti, che possono sì definirsi progressiste, ma che non esauriscono il nostro senso di essere magistrati democratici.

Questa differenza si è palesata con i referendum costituzionali e in tutte le iniziative di carattere sociale che hanno riguardato l’immigrazione (gli sbarchi, i respingimenti, le zone rosse) il caporalato, le nuove forme di sfruttamento e precarietà del lavoro, il carcere e l’ergastolo, il diritto penale minimo e il garantismo, la liberalizzazione, il dissenso sociale, finanche la differenza di genere.

Più volte ho sentito ripetere agli scettici che se questa mutazione non ci soddisfaceva, dipendeva dalle poche energie che Magistratura democratica vi dedicava.

Io noto, invece, che molti iscritti, o ex iscritti, a Magistratura democratica si sono dedicati ad Area, tanto da costituirne l’ossatura portante, ma penso che tanti iscritti di Magistratura democratica vi abbiano semplicemente trovato un rifugio, attratti da quel discorso sui numeri che non li avrebbe più obbligati a combattere e che avrebbe loro permesso di contare (collettivamente e individualmente) lottando un po’ meno.

Non è una questione di essere dalla parte giusta o da quella sbagliata. Certo è che in Magistratura democratica ci si sta per lottare, non per sostenere una causa con una tessera nel portafoglio

Allora, se oggi sapremo serenamente ammettere che chi ha creduto convintamente nell’utilità di un campo progressista unito ha sottovalutato lo spessore della diversità sui contenuti, potremo finalmente recuperare senza rivalità ciascuno il proprio spazio di azione, unendoci sui temi comuni e dialogando sugli altri e, finalmente, Magistratura democratica potrà tornare a usare parole diverse, le sue, senza censure o imbarazzi e rivolgersi a chi reclama dignità e tutela dei diritti.