"Per l’autonomia. Per una nuova Magistratura democratica" - Documento proposto da Anna Laura Alfano ed altri

Documento proposto da Anna Laura Alfano ed altri, aperto all’adesione e alla sottoscrizione di chiunque ne condivida il contenuto.

Il prossimo Congresso di Magistratura democratica sarà decisivo. 

Quanti di noi hanno chiesto da tempo e continuano a chiedere a questo gruppo di riprendere la strada dell’autonomia politica, sanno benissimo e hanno chiaro che non sarà la conquista dell’autonomia, da sola, a cambiare le sorti di Magistratura democratica e della magistratura in generale. Ma si tratta di un passaggio necessario, sia perché le modalità di dibattito interno ad AreaDG sono via via diventate sempre meno costruttive sia perché sono emerse progressivamente differenti visioni sulle scelte da mettere in pratica.

Occorre mettere al centro del congresso i punti cardine del nostro nuovo stare insieme, le idee che ci uniranno e le battaglie in cui ci vogliamo impegnare. In altre parole, spiegare perché vogliamo tornare a essere una comunità politica partecipata e vitale.

Affrontiamo il congresso nel momento in cui la fiducia dei cittadini nella magistratura è al minimo storico. Un sondaggio del 16 maggio 2021 sul Corriere della Sera la inchioda al 39%: è vero che il calo ha avuto inizio negli anni degli scomposti attacchi della maggioranza renziana alla magistratura, ma un nuovo crollo della fiducia era inevitabile dopo l’affaire Palamara, troppo sbrigativamente liquidato dalla magistratura tutta – anche dalla magistratura progressista di AreaDG – come un semplice problema di mele marce, sostituite le quali ogni questione etica e morale è risolta

Abbiamo il compito di rivendicare con fermezza il perdurante valore dell’associazionismo, che dà forza e senso al modello costituzionale di magistratura, ma, proprio per questo, non è possibile nascondere la polvere sotto il tappeto. Già nel comunicato del 29 luglio dello scorso anno, dopo il deludente esito dell’assemblea nazionale di AreaDG, Md sottolineava questa pressante esigenza: Su questi temi ci auguriamo che né la magistratura progressista né le dirigenze dei gruppi cedano alla tentazione giustificazionista che serpeggia in una parte del gruppo.

Siamo consapevoli che questa perdita di fiducia è e sarà strumentalizzata per regolare i conti con quella magistratura che ha sempre rivendicato la propria indipendenza in nome della tutela dei diritti dei cittadini e di una giustizia emancipatrice (“i giudici a sinistra”). Ciononostante, rimaniamo convinti che la strada per affrontare la crisi non sia quella dell’unanimismo di facciata, dell’unità a tutti i costi, ma quella del dibattito e del conflitto delle idee e delle posizioni in campo. Soltanto dopo il confronto potrà esserci unità, e questo vale sia per la magistratura progressista sia per la magistratura associata nella sua interezza. Soltanto così l’unità non si ridurrà a consociativismo, vero terreno germinativo della degenerazione clientelare delle correnti.

Non crediamo, infatti, che la vicenda messa a nudo dalle inchieste della Procura di Perugia sia un fulmine a ciel sereno. Nella catena causale delle vicende che hanno portato alle pagine più sguaiate dei nostri giorni ha avuto un peso non trascurabile la scelta della magistratura democratica e progressista, all’epoca anche di Md, di annacquare la voce critica del nostro gruppo in giunte di governo dell’Associazione insieme a quello che oggi viene additato come il massimo responsabile dello scandalo: quel Luca Palamara che troppi dei responsabili di quella stagione politica, anche nella magistratura progressista, oggi fanno finta di non conoscere e con la cui eredità dannosa si rifiuta ogni confronto

Teniamo nella massima considerazione le battaglie per l’indipendenza esterna e per l’autonomia della giurisdizione di quella stagione, ma riteniamo che sia negli sviluppi di quella fase che si sono poste le condizioni dell’attuale “questione morale”. È lì che ha preso piede una degenerazione non soltanto etica, ma anche politica. In tutti i gruppi, e anche nel nostro, la vita democratica interna è stata congelata, messa in cassaforte per cedere il passo al governo delle élites, dei migliori, i quali, pure in buona fede, hanno sempre coltivato l’ambito del governo della magistratura e della ricerca del consenso a tal fine, spesso mettendo in campo scelte decise in “luoghi altri” rispetto a quelli democratici dell’associazionismo. 

Purtroppo, dopo il primo e più felice periodo di esistenza, anche AreaDG ha perso quella capacità di combattere le grandi battaglie dei diritti e ha reciso ogni legame con i fermenti – anche politici e conflittuali – della società, chiudendosi dentro una prospettiva corporativa, tanto avversata nelle dichiarazioni, quanto praticata nei fatti. 

Ebbene, la critica del passato – degli snodi essenziali delle nostre scelte – è un passaggio necessario, a cui finora, anche a titolo personale, ma con risultati non sempre tangibili, noi non ci siamo sottratti

Non si tratta di consumare un regolamento di conti, ma di rendere credibile il futuro. 

Sappiamo bene che AreaDg e Md non possono essere confuse col “sistema Palamara-Ferri”, ma sappiamo altrettanto bene che la magistratura progressista ha un compito in più: quello di tener fede alle promesse di rigore etico ed al rifiuto del corporativismo e delle protezioni clientelari.  

E allora sta anche a Magistratura democratica il compito di prendere nettamente le distanze dal comportamento degli iscritti al gruppo e ad AreaDG, che hanno interloquito con Palamara per accordi basati su logiche di “scambio”, raccomandazioni e richieste di favori indebiti perché questi comportamenti hanno tradito i valori e la storia di Md. 

Crediamo che la storia abbia radici lontane. Nell’ultimo decennio, nell’associazionismo, si è costituito un gruppo oligarchico, autoreferenziale, sottratto al controllo democratico e che ha predicato la propria autosufficienza e la costante insofferenza a rispondere del proprio operato. Questa torsione antidemocratica ha mortificato la comunità alla quale apparteniamo ed è stata un fattore di accelerazione dei fenomeni degenerativi che ancora stiamo patendo. Noi crediamo al primato della politica e non a quello delle élites, al primato delle comunità in cui donne e uomini decidono di stare insieme per far vivere idealità e valori condivisi. Alla comunità di Magistratura democratica spetta decidere le linee dell’azione politica ed istituzionale e con essa, sempre, si devono confrontare i gruppi dirigenti ed i rappresentanti nell’associazionismo e, senza vincoli di mandato e in piena autonomia, quelli nell’autogoverno.  

La credibilità passa, dunque, anche per la strada della coerenza tra i programmi politici e l’azione concreta. Prassi poco o per nulla coerenti con altisonanti rivendicazioni di purezza – gli esempi sono molteplici – ci hanno condotto in quel baratro di scarsa affidabilità, che rende difficile riprendere la parola, soprattutto di fronte alle nuove generazioni di magistrati. È questo iato tra programma e realizzazione effettiva, che ancora costituisce tratto critico saliente della politica dell’attuale componente in Consiglio Superiore: le nomine della Scuola, delle Procure di Roma e Perugia e tante altre vicende ne sono solo l’esemplificazione. Anche il passato rivela evidenti divaricazioni tra gli obiettivi dichiarati e le scelte praticate: al momento opportuno, ad esempio, la magistratura progressista, pur tra le critiche di gran parte della base, non si è posta il problema di far tornare ai vertici delle Procure magistrati che, solo per via della fiducia politica e senza elezione, erano stati scelti nei ruoli apicali delle amministrazioni ministeriali. 

Guardare al passato, dunque, per capire dove – in quali snodi e in quali passaggi – abbiamo sbagliato. Soltanto da questa analisi, condotta senza reticenze e riflessi autoassolutori, potrà riprendere la strada della nuova Magistratura democratica.

Nuova, perché avrà anche il compito di aggiornare le ragioni e le regole dello stare insieme.

Gli obiettivi:  ridare centralità al lavoro del magistrato, combattendo l’aspirazione a incarichi dirigenziali o particolarmente qualificati; scardinare il carrierismo, ridando fiato ai valori praticati nella giurisdizione; smitizzare la dirigenza con una rigida temporaneità che metta fine al circuito ed al “ceto” dei dirigenti; combattere l’ideologia degli “ottimati” in magistratura, per tornare ad una magistratura orizzontale, in autentica e non ipocrita attuazione dell’art. 107 della Costituzione; recuperare il dialogo fecondo (non di facciata) con l’esterno, con i settori più avanzati della società civile, dunque con chi promuove i diritti individuali e sociali dei meno garantiti, e con la parte più sensibile ai valori democratici dell’avvocatura; ripensare la formazione del giurista, in modo da rendere i suoi saperi autonomi e non ancillari; ridare splendore al “soggetti soltanto alla legge”, con esame critico di quello che avviene nel mondo delle Procure, con particolare attenzione alla “questione democratica” all’interno degli uffici requirenti di merito e di legittimità, dove il principio di responsabilità nell’azione inquirente non può diventare l’alibi per un processo di gerarchizzazione che abbiamo già vissuto in epoche buie per la giustizia in Italia.

Le regole: riscrivere in parte le previsioni statutarie, per liberarsi di incrostazioni novecentesche (in particolare nel momento elettivo) e garantire maggior peso alle assemblee congressuali ed ai momenti partecipativi estesi. Favorire la partecipazione attraverso nuove e ulteriori modalità di iscrizione – basata sulla fiducia rinnovabile e non soltanto sulla fidelizzazione –, ripensare l’organizzazione delle sezioni sul territorio. Recuperare pienamente l’autonomia politica di Magistratura democratica, tenendo sempre presente l’obiettivo della leale e fattiva collaborazione con tutte le realtà della magistratura progressista e del dialogo aperto con tutti gli altri colleghi che chiedono con forza il rinnovamento e la riforma morale della magistratura.

Questi sono soltanto alcuni dei temi di cui il Congresso dovrà farsi carico.  

 

Documento proposto da:

1.      Anna Laura Alfano, Napoli

2.      Giovanni Antoci, Palermo

3.      Emanuela Bigattin, Trieste

4.      Fabrizio Forte, Reggio Calabria

5.      Francesco Jacinto, Palmi

6.      Giulia Locati, Torino

7.      Daniele Mercadante, Pisa

8.      Maura Nardin, Cassazione

9.      Andrea Natale, Torino

10.   Gloria Sanseverino, Napoli

11.   Simone Silvestri, Lucca

12.   Emilio Sirianni, Catanzaro

13.    Elisabetta Tarquini, Firenze

14.    Anna Luisa Terzi, Trento

15.    Fabrizio Vanorio, Napoli

 

Hanno inoltre prestato la propria adesione al documento:

 

16.   Riccardo De Vito, Sassari

17.   Pino Narducci, Perugia

18.   Mimma Miele, Napoli

19.   Anna Mori, Bologna

20.   Roberto Lucisano, Reggio Calabria

21.   Gianluca Petragnani, Bologna

22.   Massimo Michelozzi, Venezia

23.   Luigi Landolfi, Napoli

24.   Gabriella Portale, Catanzaro

25.   Fabrizio Amato, magistrato a riposo

26.   Mimmo Pasquariello, Bologna

27.   Linda D’Ancona, Napoli

28.   Letizio Magliaro, Bologna

29.   Laura Curcio, magistrato a riposo

30.   Glauco Zaccardi, magistrato fuori ruolo

31.   Amelia Torrice, Cassazione

32.   Tiziana Paolillo, Genova

33.   Francesca La Malfa, Bari

34.   Juanito Patrone, magistrato a riposo

35.   Francesco Pinto, Genova

36.   Marco Panicucci, Genova

37.   Aldo Policastro, Benevento

38.   Domenico Gallo, Cassazione

39.   Elisa Pazè, Torino

40.   Rita Sanlorenzo, Cassazione

41.   Paola Russo, Napoli

42.   Enrico Zucca, Genova

43.   Carla Lendaro, Trieste

44.   Maria Rosa Pipponzi, Brescia

45.   Silvia Milesi, Brescia

46.   David Calabria, Venezia

47.   Alfredo Guardiano, Cassazione

48.   Maria Giuliana Civinini, Pisa

49.   Marcella Suma, Napoli

50.   Raffaello Magi, Cassazione

51.   Pino Salmé, magistrato a riposo

52.   Lucio Aschettino, Nola

53.   Alberto Perduca, Asti 

54.   Mario Ardigò, Roma

55.   Paola Marino, Palermo 

56.   Anna Cau, Cagliari 

57.   Vittorio Ranieri Miniati, Genova

58.   Vito Monetti, magistrato a riposo