15 settembre, il giorno di Carlo

di Gianfranco Gilardi

Ogni giorno diventa sempre più evidente come la grande sfida che abbiamo di fronte sia quella della salvaguardia dei diritti umani e della dignità delle persone.

Se è indispensabile, come dimostra la storia, che i diritti dell’uomo siano protetti da norme giuridiche, è sempre la storia a dimostrare che queste non bastano e che l'ordinamento giuridico non può consegnarsi all'idea di un diritto immutabile e definito nell'unica volontà possibile della legge.

Esso infatti rimanda anche al tramite dell'interpretazione giuridica ed al ruolo della giurisdizione quale fattore di adattamento e condizione di vitalità delle stesse norme scritte.

Nel vecchio/nuovo orizzonte in cui siamo immersi a livello ormai planetario, la giurisdizione continua a ricoprire un ruolo essenziale, poiché la «grande sfida democratica non si consuma soltanto in uno scontro tra schieramenti politici ma propone una costante tensione tra valori che trovano inevitabilmente nella giurisdizione il luogo di visibilità e di possibile affermazione»; e proprio in questo consiste «l’insopprimibile politicità della giurisdizione».

Così sottolineava Carlo Verardi nell’intervento svolto a Venezia il 25 novembre 2000 al XIII Congresso di Magistratura democratica (cfr. L’orgoglio di stare in Magistratura democratica, in Questione giustizia, n. 5/2011, pp. 819 ss.), uno dei suoi ultimi interventi in cui egli si espresse, come sempre, con parole che potrebbero e dovrebbero essere fatte proprie da ogni magistrato, nella consapevolezza che il principio di soggezione del giudice solo alla legge non comporta soltanto il diritto a non subire le invadenze altrui, ma anche il dovere di esercitare l’indipendenza a favore di tutti e nei confronti di tutti senza distinzione: una funzione tanto più essenziale e irrinunciabile, quanto più sulle soglie del mondo si affacciano, nelle forme più diverse, nuovi diritti che reclamano riconoscimento e protezione e riemerge in tutta la sua forza – per ricordare Carlo Verardi con altre parole indimenticabili, quelle di Pino Borrè – la necessità di «esplorare», alla luce del Costituzione, «gli spazi praticabili per la tutela (...) dei soggetti più deboli, dei sottoprotetti, degli svantaggiati», dando nuovo impulso al ruolo della giurisdizione come «attitudine costruttiva dell'uguaglianza».

Recuperare l’orizzonte degli interessi materiali serve non soltanto ad orientare i processi di formazione delle leggi, ma anche i giudici nel compito di attuazione imparziale della legge: imparzialità non significa infatti indifferenza ai valori sottostanti al disegno costituzionale, né vi è incompatibilità tra terzietà e «scelta di campo», poiché «vi sono molti casi in cui la terzietà – in quanto condivisione di una convenzione emarginate, non adeguamento in uno schema già predisposto di rifiuto, è essa stessa scelta di campo» (G. Borrè, Le scelte di Magistratura democratica, in Questione Giustizia, 1997, p. 282)

Come veniva sottolineato già nel convegno della Fondazione Verardi tenutosi a Bologna il 23 ottobre 2004 sul tema dei diritti fondamentali, in una fase della storia in cui le violenze quotidiane, nelle forme più diverse, l’orrore della guerra e il terrorismo, la cancellazione delle persone attuata, anche fuori della guerra, in nome di politiche di sicurezza che escludono, confinano e degradano esseri umani in cerca di asilo e speranza, e tante altre drammatiche realtà sottolineano l'urgenza di una nuova «codificazione», di un rimodellamento delle basi ideali e culturali su cui tracciare il nuovo ordine giuridico mondiale, diventa ancora più chiaro che deve rafforzarsi un impegno rivolto non a creare barriere e distanze, quanto invece al loro definitivo superamento.

Ciò sollecita i compiti e le responsabilità di ogni istituzione, ma sottolinea insieme, in modo sempre più pressante, la necessità di strumenti, di luoghi, di occasioni in cui gli uomini tornino a trovare la capacità di comunicare e di ascoltare come condizione essenziale della convivenza, fattore di sviluppo della pace sociale e presupposto di realizzazione della dignità delle persone.

Anche tra i magistrati ed all’interno delle loro associazioni deve maturare la consapevolezza che la democrazia non è fatta di continui scontri, di accuse e intolleranza. Essa è fatta di confronto pacato e sereno, di dialogo costruttivo, di volontà di concorrere insieme alla faticosa costruzione del diritto obiettivo.

L’appartenenza ideale a questo o quel gruppo non si trasforma in faziosità ed acquista tanto più significato, se e quanto più riesca a porsi quale aspetto di una dialettica che non predilige l’invettiva al merito dei problemi e non ignora le differenze di opinioni, ma nel leale e reciproco riconoscimento delle diversità di cui ciascuno è legittimo portatore, le assuma come stimolo per la crescita democratica e la ricerca del bene comune.

È questa l’idea di associazionismo giudiziario cui si è sempre ispirato e che ha concretamente praticato Carlo Maria Verardi, la cui adesione ideale e culturale ad Md mai si è trasformata in posizione preconcetta di parte, e che anche nell’intervento più sopra richiamato dichiarava il suo orgoglio di farvi parte  soprattutto allorché «il gruppo riesce ad uscire fuori dallo steccato della giurisdizione, a parlare ai cittadini con le armi della cultura giuridica, dell’impegno personale e vorrei dire anche con uno stile di pacatezza e semplicità che bisogna sforzarsi di mantenere», come quando «ha ricordato le ragioni del diritto contro la guerra, quando ha contribuito a fondare una rivista che è diventata punto di riferimento fondamentale per tutti i giuristi che si occupano del tema centrale dell’immigrazione, quando è stata capace di ritornare a ragionare sulle tossicodipendenze e sulla riduzione del danno superando le semplificazioni correnti o a confrontarsi, senza apriorismi, sui temi bioeteci». Le conquiste – egli aggiungeva – «sono venute solo quando la magistratura ha trovato unità non sulla base di chiusure corporative ma di un rilancio culturale e professionale».

Siamo grati a Carlo Verardi anche per questi insegnamenti e per la limpidezza e coerenza con cui per primo ha saputo attuarli.

Per ricordarlo in modo ancora più forte, per favorire un incontro quotidiano con la sua figura, anche da parte di chi non l’ha conosciuto, a lui verrà intestata, con una cerimonia che si svolgerà a Bologna il 20 ottobre alle h. 12.30, la corte interna del Palazzo di giustizia di via Farini.

Nel pomeriggio seguirà, in Salaborsa, un convegno dedicato al diritto del lavoro con la partecipazione della Fondazione, che è tra i patrocinatori dell’iniziativa.

Saranno nuove occasioni illuminate dalla ricchezza del pensiero che ci ha lasciato e riscaldate dall’affetto con cui lo circonderemo.

Gianfranco Gilardi, 15 settembre 2017

15 settembre 2017
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