Pillole

Considerazioni su art.18 e Tav

di G. Palombarini

di Giovanni Palombarini

Ho scritto in una prima “pillola perplessa “ all’inizio dell’anno sulla natura della politica economica del governo Monti. La crescita anche attuale delle diseguaglianze economiche e la permanente totale libertà dei mercati determinano un impoverimento generalizzato (per il 90% della popolazione) del potere d’acquisto, con una conseguente caduta a) intanto dei consumi e quindi della produzione, con un inevitabile effetto recessivo, b) e poi di una serie di diritti (si pensi a quanto riferiscono le cronache di questi giorni a proposito degli esiti dei tagli alla sanità). Nella seconda “pillola perplessa” di un mese fa ho provato a ragionare sulla maggioranza che d’improvviso ha approvato la norma sulla responsabilità civile dei magistrati e sulle ragioni che hanno determinato tale scelta: che scomodità, per tutti, l’applicazione imparziale della legge e i controlli di legalità!

Oggi la nostra attenzione dovrebbe essere attratta da due questioni.

La prima è che il governo dei tecnici sembra avere fatta propria l’offensiva padronale contro l’articolo 18, una norma tipica di una democrazia liberale in quanto predispone garanzie giurisdizionali per il dipendente che venga allontanato dal posto di lavoro senza giustificato motivo. Alcuni di noi, sulla lista di Md, hanno ragionato ampiamente su questa situazione e sulla necessità di un nostro intervento al fianco dei settori sindacali che stanno opponendosi a questa prospettiva. Va in particolare respinta l’affermazione di confindustria, di alcuni partiti e del governo secondo cui l’articolo 18 contrasterebbe la crescita. A parte il fatto che l’attuale recessione dipende da ben altre cause, a me pare certo che la parte imprenditoriale intende sfruttare l’attuale situazione (disoccupazione crescente, precarietà diffusa, crescita dell’inflazione, assenza di investimenti) per conseguire risultati rilevanti non solo sul fronte delle retribuzioni  - già oggi fra le più basse d’Europa -  ma anche su quello dei diritti. Intanto la vicenda di Pomigliano ne è la dimostrazione più evidente, ma anche la storia della sicurezza sul lavoro ne è una bella conferma (si veda il commento di Carla Ponterio e Roberto Riverso sulla lista di Md).

La seconda riguarda il tav. A questo punto del dibattito che si è sviluppato negli ultimi tempi possiamo dare per scontata l’impossibilità di fermarsi. Si dice da più parti (e dalle forze rappresentate in parlamento). La decisione è maturata nel tempo, con l’assenso di più governi di tipo diverso e dopo una consultazione con gli enti locali; è il frutto di studi approfonditi sia di natura economica che di fattibilità; è il risultato di accordi di livello europeo, con costi che verranno sopportati non solo da Italia e Francia, ma anche dall’Europa; l’iniziale previsione di tali costi verrà rispettata. D’altro lato, l’opera costituisce un’iniziativa di importanza transnazionale, produttrice di sviluppo per noi e per altri; e per una parte, la Francia, ne è in corso la realizzazione in conformità agli accordi intervenuti. Bene, supponiamo che le cose stiano proprio così. Si pone però un problema, che dovrebbe interessare anche i giuristi, che riguarda non solo il tav ma anche la situazione politica generale del nostro paese, problema che sintetizzerei così.

La decisone e l’opera conseguente cadranno, nonostante la sua resistenza, sulla popolazione di un’intera valle (che, sia detto per inciso, non si è limitata a dire no, ma che a fronte del progetto tav ha proposto a sua volta il rafforzamento e la modernizzazione di una rete ferroviaria già esistente, con grandi risparmi e vantaggi non trascurabili rispetto all’esistente anche con riferimento alla celerità dei trasporti). Dunque, qui è come se la democrazia si sdoppiasse. Da un lato la politica, con le sue scelte di vertice, la convergenza compatta di consenso di tutte le istituzioni, la sua forza. Dall’altro le persone, le comunità, la partecipazione della base popolare, i sindaci, le cui istanze, anche gridate, rimangono senza risposta.

Questo capita oggi in val di Susa. Intanto a livello nazionale, unica democrazia al mondo per quanto ne so, il governo è affidato a un’autorevole equipe di tecnici, dei quali il solo parlamentare è il presidente del consiglio, appositamente nominato senatore dal presidente della repubblica il giorno prima dell’incarico. Anche qui è come se la democrazia si fosse sdoppiata. Da un lato la politica, nella sua nuova forma, con un governo che guarda ai mercati come l’unico referente al quale ispirarsi e al quale rendere conto, e che su questa base gestisce la cosa pubblica. Dall’altro, passato in seconda linea il parlamento per colpa di quei partiti, ormai decrepiti e senza alcuna credibilità, che pure dovrebbero determinare la politica nazionale, spetta ad alcuni settori sindacali farsi carico delle istanze di una collettività che nella politica non trova più alcuna rappresentanza. Anche qui la tradizionale dialettica democratica fra società e istituzioni dello stato sembra ormai esaurita: come in val di Susa.

Che ne dite? Ciao gente. Giovanni Palombarini

6 marzo 2012
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