La sezione disciplinare del Csm ha applicato la sanzione disciplinare della censura al sostituto procuratore generale di Genova, Francesco Pinto per avere rilasciato alla stampa dichiarazioni riguardanti un soggetto indagato, lesive della presunzione di innocenza.

La condotta contestata attiene a un’intervista del 9 agosto 2024 al “Fatto Quotidiano” con la quale Francesco Pinto, allora procuratore aggiunto della Procura della Repubblica di Genova, commentava, criticandola, la proposta avanzata alla camera dall’On. Enrico Costa, di riforma della custodia cautelare in carcere.

Si trattava di una riforma volta a non consentirne l’applicazione agli indagati incensurati, colpiti da gravi indizi di colpevolezza, per il pericolo di reiterazione del reato, salvo che per reati gravissimi.

A sostegno della critica, per sostenere quanto non si trattasse di una proposta garantista, Pinto ha fatto degli esempi concreti, perché il diritto è una disciplina che si nutre di esperienza sociale; in questa prospettiva, ha ricordato come possano invece essere frequenti i casi in cui un indagato incensurato, a carico del quale vi siano gravi indizi di colpevolezza, possa essere anche più pericoloso per la collettività di un pluripregiudicato, facendo riferimento, tra gli altri, ad un procedimento in corso a Genova nei confronti di un indagato, incensurato, per una bancarotta fraudolenta di circa trecento milioni di euro, imprenditore al quale, a suo tempo, era stata applicata la misura cautelare della custodia in carcere, confermata dal tribunale del riesame. A dimostrazione del fatto che l’intenzione di Pinto non era quella di calpestare la sacrosanta presunzione di innocenza di chicchessia, bensì di ragionare sui possibili effetti distorti di una riforma su cui vi era discussione pubblica è il caso di evidenziare che il nome della persona sottoposta ad indagini – stando all’intervista pubblicata – è stato fatto dal giornalista.

La genesi e l’esito consiliare del procedimento disciplinare desta forte preoccupazione e non può lasciare indifferenti.

Subito dopo l’intervista seguivano le doglianze dell’On. Enrico Costa, la spedita segnalazione del Procuratore della Repubblica di Genova e l’iniziativa disciplinare del ministro Carlo Nordio, fino alla condanna alla censura di ieri nonostante la richiesta di assoluzione per scarsa rilevanza del fatto avanzata dalla Procura Generale della Cassazione.

La motivazione darà conto della scelta della condanna, ma già ora vi sono elementi per affermare che se di censura si tratta è censura alla libera manifestazione di pensiero.

Appare, infatti, evidente che, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza, essere indagati e gravemente indiziati per una bancarotta quale quella citata, presuppone il dato già acquisito di essere imprenditori di una impresa dichiarata fallita con un ammanco di circa trecento milioni di euro, con l’allarme sociale in termini di mercato e occupazione che ne consegue, così come altrettanto evidente risulta l’effetto inibitorio della condanna disciplinare rispetto ad una critica rivolta a un politico su un tema giuridico.

Magistratura democratica ha da sempre rivendicato ed esercitato il diritto del magistrato, – riconosciuto dagli articoli 21 della Costituzione e 10 della Cedu – a intervenire pubblicamente, nel rispetto della continenza delle forme e dei diritti di tutte le persone coinvolte, sui temi riguardanti i diritti e il diritto.

Oggi desta allarme, anche in vista della prossima discussione sulla circolare relativa alle modalità di comunicazione degli uffici con l’esterno, che all’interno del Csm, organo deputato alla tutela di indipendenza e autonomia della magistratura, prevalgano letture volgenti alla compressione del diritto di manifestazione del pensiero del magistrato e che tali letture vengano supportate da un ingiustificato allargamento dell’azione disciplinare.

l’Esecutivo di Magistratura democratica

Scarica in PDF