Discorso di apertura della presidente di Medel, Mariarosaria Guglielmi, alla Conferenza internazionale “Doppio confine: genere e infanzia nelle migrazioni moderne. Normative europee e diritti umani”, Università di Deusto- , Bilbao, 12 giugno 2026.
A nome di Medel, desidero ringraziare l’Università di Deusto e le nostre associazioni spagnole per aver co-organizzato la conferenza odierna e per la loro ospitalità. Dò il benvenuto ai nostri illustri relatori e li ringrazio per essersi uniti a noi per condividere le loro opinioni su questioni fondamentali riguardanti il ruolo dei giudici come custodi imparziali dei diritti fondamentali e il futuro stesso del sistema istituito per proteggere tali diritti dopo le tragedie della Seconda Guerra Mondiale.
Lo scorso anno a giugno, al Palazzo dell’Europa a Strasburgo, abbiamo celebrato il 40° anniversario di Medel e il progetto visionario che ha ispirato i nostri padri fondatori: quando l’Europa era ancora divisa dal Muro di Berlino, Medel guardava avanti verso la promozione di un’integrazione europea fondata sullo Stato di diritto e sui diritti umani, includendo tra i propri obiettivi statutari la proclamazione e la difesa dei diritti delle minoranze e delle diversità, in particolare i diritti degli immigrati e delle persone più svantaggiate, in una prospettiva di emancipazione sociale dei più vulnerabili.
Medel ha sempre considerato le politiche migratorie europee come una cartina di tornasole dei principi sanciti nelle nostre Carte fondamentali.
La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea dichiara che l’Unione si fonda «sui valori indivisibili e universali della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà». In questa Carta si afferma che l’UE si impegna a garantire il godimento dei diritti fondamentali, il che comporta «responsabilità e doveri nei confronti delle altre persone, della comunità umana e delle generazioni future».
Cosa resta oggi di queste solenni promesse?
Secondo il progetto “Missing Migrants” dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM)[1] , che dal 2014 raccoglie informazioni sui migranti morti e dispersi, il Mediterraneo centrale rappresenta ancora oggi la rotta migratoria più letale al mondo; nel primo trimestre del 2026 si è registrato il numero più alto di vittime in oltre un decennio tra i migranti che tentavano di attraversare il Mediterraneo centrale: circa 765 persone sono morte quest’anno, oltre 460 in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Cifre così impressionanti gettano un’ombra sulla stessa sopravvivenza dell’Europa come comunità fondata sui valori universali definiti come la sua ragion d’essere.
Oggi entra in vigore la normativa dell’UE prevista dal Nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo adottato nel 2024, che riguarda i controlli alle frontiere, le domande di asilo presentate dai migranti in cerca di protezione in Europa, le procedure di screening, i trasferimenti tra paesi dell’UE e i rimpatri.
Celebrato nei discorsi ufficiali come un passo storico, presentato come una soluzione volta a promuovere la solidarietà tra gli Stati membri e a snellire le procedure di frontiera, il nuovo Patto rappresenta lo sviluppo e l’ulteriore rafforzamento delle politiche della «Fortezza Europa», che affrontano la questione dell’immigrazione esclusivamente in termini di «sicurezza e ordine pubblico».
Nel corso degli anni, la “sicurezza e l’ordine pubblico” hanno plasmato politiche nazionali che hanno fatto ampio ricorso a tecniche di “criminalizzazione legale” legate all’“ingresso illegale” o al “soggiorno illegale” dei migranti; politiche che hanno portato alla criminalizzazione del sostegno ai migranti e dell’azione umanitaria – un “fenomeno globale” ormai profondamente radicato in tutta Europa e negli Stati membri dell’UE; politiche che hanno portato all’adozione di normative che ostacolano le operazioni di ricerca e soccorso in mare condotte dalle ONG e alla violenza «legale» finalizzata al controllo delle frontiere interne ed esterne dell’UE; politiche di cosiddetta «esternalizzazione» della gestione delle frontiere che, attraverso memorandum d’intesa e accordi informali con paesi in cui la democrazia, lo Stato di diritto e gli standard minimi di tutela dei diritti umani sono inesistenti (basti citare il memorandum d’intesa tra Italia e Libia e, più recentemente, nel 2023, l’accordo tra l’UE e la Tunisia), hanno affidato a questi paesi la gestione dei flussi migratori, ridefinendo al contempo le politiche di aiuto dell’UE in base alla posizione geografica dei paesi terzi e alla loro capacità di arginare il flusso di migranti piuttosto che alle priorità della cooperazione internazionale allo sviluppo e degli aiuti umanitari («la riduzione e, a lungo termine, l’eliminazione della povertà», come previsto dall’art. 208 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea).
Le organizzazioni della società civile e gli esperti hanno lanciato l’allarme riguardo all’impatto negativo del Nuovo Patto sui diritti dei migranti e alle principali misure regressive – che minacciano di vanificare i progressi compiuti in materia di non respingimento e altre garanzie fondamentali – quali: la procedura di screening pre-ingresso e la detenzione automatica dei migranti e dei richiedenti asilo, compresi i minori, una procedura che perpetua l’approccio «hotspot» – profondamente problematico – alla gestione degli arrivi irregolari in Grecia e in Italia, introdotto nel 2015; la finzione giuridica del «non ingresso», che nega l’arrivo di persone «non autorizzate ad accedere al territorio nazionale» di uno Stato membro dell’UE a prescindere dalla loro presenza fisica; procedure accelerate e al di sotto degli standard per la valutazione delle domande di asilo, anziché valutazioni complete ed eque; l’estensione del concetto di «paese terzo sicuro», che in ultima analisi trasferisce la responsabilità dei richiedenti asilo a Stati terzi e accresce il rischio di respingimento; il nuovo paradigma della «strumentalizzazione dei migranti»: un concetto fondato su una base del tutto vaga, che – ipotizzando l’«uso strumentale» da parte di attori di paesi terzi «ostili» con l’obiettivo di destabilizzare l’UE – costituisce essenzialmente un regime di deroga dettagliato, da applicare in situazioni di crisi, quali gli arrivi su larga scala da un paese terzo, volto a consentire agli Stati membri di discostarsi dalle procedure standard in materia di asilo. È proprio invocando il rischio delle cosiddette pratiche di «strumentalizzazione» dei migranti da parte della Bielorussia che paesi come Polonia, Lettonia e Lituania hanno adottato una legislazione nazionale di ampia portata e a lungo termine per rinviare (con la forza) i migranti verso un paese terzo senza procedure di rimpatrio sicure e senza alcuna valutazione individuale delle loro domande di asilo[2] .
La migrazione, come afferma il filosofo del diritto italiano Luigi Ferrajoli, è costitutiva di un «nuovo ordine mondiale», come richiesta e veicolo di uguaglianza. Ma non è più solo la retorica populista ad averla trasformata in una minaccia alla nostra sicurezza. Ci troviamo di fronte a quello che è stato descritto come un modello emergente di declino degli ordinamenti costituzionali liberaldemocratici consolidati nel loro impegno a favore dei diritti umani. Ci troviamo di fronte a un attacco sistemico all’architettura giudiziaria sovranazionale che dovrebbe fungere da garante del massimo livello di tutela dei diritti fondamentali, basata sulle Corti europee e nazionali e che si avvale del ruolo svolto dai giudici nazionali nell’applicazione delle fonti sovranazionali.
La lettera aperta pubblicata il 22 maggio dello scorso anno, firmata da nove paesi (membri dell’UE e del Consiglio d’Europa), che chiedeva un cambiamento nell’approccio interpretativo della Corte di Strasburgo in materia di migrazione e nei casi riguardanti i «migranti irregolari» (“persone sbagliate”, secondo la lettera), ha rappresentato una svolta preoccupante, come ha affermato il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Michael O’Flaherty:una lettera basata sulla narrativa di una perdita di controllo delle frontiere, che pone l’accento sulla criminalità e ne esagera grossolanamente l’incidenza all’interno delle comunità di migranti senza quasi alcun riferimento ai rifugiati in fuga dalle persecuzioni; una lettera che contiene affermazioni infondate, come quella secondo cui la Corte di Strasburgo renderebbe più difficile la protezione delle nostre società, trascurando il fatto che gli Stati possono invece perseguire obiettivi legittimi come la sicurezza delle frontiere senza venir meno al rispetto dei diritti umani[3] .
Una lettera che, dietro il tono cauto, mascherava un’ingerenza nell’indipendenza della Corte.
La dichiarazione adottata un mese fa a Chisinau dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa (CoE) ha superato un altro limite che la sua formulazione diplomatica non riesce a neutralizzare[4] . Nel suo preambolo la dichiarazione afferma che «alla base dell’intera Convenzione sui diritti dell’uomo vi è la ricerca di un giusto equilibrio tra le esigenze dell’interesse generale della comunità e i requisiti della tutela dei diritti fondamentali dell’individuo» . Questo incipit definisce chiaramente la prospettiva della Dichiarazione, ovvero quella degli Stati piuttosto che quella dei diritti individuali: essa «trascura» il fatto che la Convenzione tutela proprio questi diritti, e non l’interesse generale, così come trascura il fatto che, in materia di diritti fondamentali, non possa aver luogo alcun bilanciamento di interessi quando ci si riferisce al divieto di tortura (articolo 3) che, tra le altre disposizioni, è assoluto.
La presente dichiarazione mira a definire il significato delle garanzie previste dalla Convenzione, ispirandosi agli Stati il cui interesse primario è quello di restringere l’ambito di applicazione della Convenzione in materia di migrazione[5] . Si tratta di Stati che sostengono che la giurisprudenza della Corte manchi di chiarezza riguardo alle soglie di maltrattamento nei casi di espulsione ed estradizione, oppure che i diritti legati alla vita familiare siano interpretati in modo troppo ampio per impedire i rimpatri. Come ha affermato il commissario O’Flaherty dopo Chisinau, la falsa contrapposizione tra interesse pubblico e diritti individuali è un tentativo malcelato di voler costringere la Corte ad abbassare gli standard e a minare la protezione assoluta dei diritti. «I diritti umani non sono una ricompensa per il buon comportamento, né un gioco a somma zero in cui la sicurezza di un gruppo richieda la privazione di un altro: essi sono detenuti in egual misura da tutti, in virtù della nostra comune umanità»[6] .
La nostra comune umanità, l’uguaglianza nella dignità e nei diritti: questi sono i valori in gioco quando parliamo di politiche migratorie; questi sono i valori ai quali chiediamo all’Europa e all’UE di rimanere fedeli.
Grazie mille per la vostra attenzione. Auguro a tutti voi una proficua conferenza.
[1] https://missingmigrants.iom.int
[2] A. Ancite-Jepifánova, «Strumentalizzazione dei migranti: fatti e finzione», Verfassungsblog, 21 settembre 2023 (https://verfassungsblog.de/migrant-instrumentalisation-facts-and-fictions/).
[4] https://verfassungsblog.de/crossing-a-line-in-plain-sight/
[5] https://verfassungsblog.de/crossing-a-line-in-plain-sight/
[6] https://www.coe.int/en/web/commissioner/-/«-gli-Stati-europei-devono-affermare-che-a-un-essere-umano-non-verrà-mai-attribuito-uno-status-inferiore-per-il-semplice-motivo-di-aver-emigrato-»