Dopo il voto dei cittadini, la coerenza dei magistrati: per un CSM all’altezza del suo ruolo costituzionale

Il voto dei cittadini italiani del 23 marzo 2026 ha confermato la fiducia popolare nell’assetto dei poteri dello Stato, disegnato dalla Costituzione del 1948, restituendo una rinnovata legittimazione a quel raffinato ed efficace meccanismo di equilibrio tra le prerogative parlamentari e governative e il “potere giurisdizionale diffuso”.

La bocciatura a larga maggioranza della legge costituzionale di riforma del Consiglio Superiore della Magistratura ha messo in luce la fondamentale importanza della democraticità degli organi rappresentativi (anche) dei magistrati. Il rigetto, in particolare, dell’eccentrica proposta di privare, col metodo del sorteggio, un’intera categoria del diritto di scegliere i propri rappresentanti in seno all’organo di autogoverno è il segnale tangibile del perdurante affidamento degli elettori nelle capacità dei magistrati di selezionare i colleghi più autorevoli, per un’organizzazione del servizio giustizia adeguata ai bisogni della società.

Nel contempo non si può dimenticare che la riforma respinta dal voto popolare non è stata solo sostenuta dal malcelato intento dell’attuale maggioranza politica di “fare i conti” con la magistratura: l’intenzione di depotenziare le correnti della magistratura e il peso della componente togata all’interno del CSM è stata alimentata anche dagli innegabili fenomeni degenerativi,che ci sono stati nell’organo di autogoverno e nell’associazionismo giudiziario in genere. Accanto a chi  ha sempre concepito la politica giudiziaria come un luogo di confronto di idee, c’è stato chi si è impegnato nei gruppi associativi per il “solo far carriera”, come nella canzone di Francesco Guccini.

In quest’ottica le correnti sono state usate come strumento di un cursus honorum personale: c’è chi è arrivato in Consiglio anche tramite un meccanismo consolidato di favori incrociati, di incarichi, dispensati e richiesti, e, una volta ottenuto il seggio, ha interpretato il mandato nel senso di un’ulteriore restituzione dei favori elettorali, con una sapiente distribuzione di nomine ed incarichi.

Insomma, anche nell’organo voluto dai padri costituenti, che pure ha scritto pagine importanti per il funzionamento della giustizia italiana e l’organizzazione democratica della magistratura – i pareri sulle leggi, le circolari sulle Procure, la selezione di tanti dirigenti capaci  – eper la sua indipendenza – le tante pratiche a tutela dei magistrati, soggetti ad attacchi di centri di potere – c’è stato, purtroppo, un fenomeno di “clientelismo giudiziario”, quello che al livello più autorevole è stato definito “dilagante malcostume”, frutto di “modestia etica”, dal Presidente della Repubblica, nel discorso pronunciato il 18 giugno 2020 per la commemorazione dei magistrati uccisi dalla mafia e dal terrorismo.

Ed allora, se vogliamo coltivare la virtù della memoria, se vogliamo onorare davvero i colleghi che hanno persino dato la vita per realizzare obiettivi di giustizia e le tante migliaia di magistrati che lavorano da una vita con passione, se vogliamorispettare il segnale di fiducia dei 14 milioni di cittadini che hanno votato No, dobbiamo esercitare il diritto di voto con discernimento.

Dobbiamo comprendere e far comprendere che sarebbe paradossale l’elezione di chi intende il lavoro di magistrato come cursus honorum.

La drammatica pericolosità dei comportamenti che minano dall’interno la credibilità e il prestigio della Magistratura non si misura solo con la rilevanza penale o disciplinare di quei comportamenti, bensì anche con la loro modestia etica, quella della mediazione in accordi occulti, della ricerca continua di candidature, delle utili frequentazioni.

Il 26 ottobre votiamo con lo spirito del 23 marzo.

L’Esecutivo di Magistratura democratica

E’ comparso in questi giorni su Questione Giustizia online un articolo di Tomaso Epidendio che affronta approfonditamente il tema del progressivo indebolimento dell’indipendenza interna della magistratura a causa, tra l’altro, del carrierismo, della gerarchizzazione degli uffici, dell’”aziendalismo giudiziario”.

L’affermazione (o riaffermazione) – argomentata e riferibile alla concretezza delle scelte elettorali per il nuovo Csm – dei valori costituzionali della soggezione del giudice solo alla legge e della distinzione dei magistrati tra di loro solo per diversità di funzioni, suggerisce di proporre la lettura dell’articolo insieme all’editoriale sopra pubblicato.