A quattro mesi di distanza dalla bocciatura della riforma della giustizia, il ricordo di quella netta vittoria a difesa della Carta sembra sbiadire dinanzi ai rinnovati tentativi del governo di introdurre norme e interventi che allontanano dallo stato di diritto e guardano allo stato di polizia. Dove non è riuscito il tentativo di modifica
della Costituzione formale, si pratica un cambiamento di quella materiale, ossia del rapporto effettivo tra i poteri, favorendo un allargamento della operabilità del potere esecutivo fino a limiti dell’autoritarismo. E’ un cambiamento che si avvale dei disegni di legge sicurezza in cui si moltiplicano le zone rosse nelle città e si battezza il fermo preventivo da parte delle forze di polizia come panacea ai fenomeni di disagio sociale e di dissenso e in
cui e si ampliano in modo significativo le piante organiche di quelle stesse forze.


Ma è anche un cambiamento culturale in cui chi governa, e dovrebbe avere come priorità la tenuta costituzionale, specula sui casi di cronaca manifestando simpatia per chi preferisce la giustizia privata e violenta al giusto processo, che strumentalizza la domanda di grazia come rimedio alle condanne sgradite, che scambia la convivenza civile con l’ordine pubblico, la prevenzione degli interventi di sostegno ai progetti sociali, culturali e scolastici con la prevenzione di polizia. Magistratura democratica è stata in prima fila per il No al referendum e resta in prima fila per denunciare le storture giuridiche e culturali che minano la Costituzione antifascista.


L’esecutivo di Magistratura democratica