Addio a Gerardo D'Ambrosio

Il lutto

Addio a Gerardo D'Ambrosio

di Esecutivo di Magistratura Democratica
Il ricordo di Armando Spataro
Pochi minuti fa ci ha lasciato Gerardo D’Ambrosio, zio Jerry, come lo chiamavano in molti.
Permettetemi di riportarvi sotto parte di ciò che scrissi di lui, per lui, nel 2010.

Ciao Gerardo, scusami se non sono riuscito a salutarti e ad abbracciarti prima.
Armando Spataro

Poco prima che il Csm mi riassegnasse alla Procura e, dunque, mentre aspettavo quel momento in una sorta di limbo, l’Associa­zione nazionale magistrati di Milano organizzò il 29 novembre del 2002 il saluto a Gerardo D’Ambrosio, il procuratore di Milano che lasciava il servizio «per raggiunti limiti di età». Fui invitato a tenere il discorso di saluto a Gerardo, cui si unirono quelli del pre­sidente dell’Anm di Milano, del presidente della Corte d’Appel­lo, di Edmondo Bruti Liberati e di uno scatenato Moni Ovadia.

Qualche giorno prima, alcuni dei sostituti di Milano (cerimo­niere Elio Ramondini) avevano organizzato una più intima e toc­cante cerimonia di saluto della Procura al suo procuratore: tutta la sua famiglia – compresi i fratelli – era stata invitata a Milano e così qualche suo vecchio amico giornalista. Gerardo fu tenuto all’oscu­ro dei preparativi. Quando entrò nel locale della festa, si accesero le luci, la band iniziò a intonare un trascinante pezzo tratto dalla co­lonna sonora di The Blues Brothers, centinaia di palloncini colorati furono lanciati dall’alto dai magistrati nascosti in una sorta di balconata stile locale di New Orleans. Gli regalammo una bella gi­gantografia che immortalava lui e tutti i magistrati della Procura in ordine alfabetico, i quali, di nascosto, nei giorni precedenti, si erano fatti fotografare in toga in uno studio fotografico di fortuna. Per tutti noi presenti, magistrati della Procura, una emozione superio­re a quella del nostro procuratore.

Quel 29 novembre ero commosso. Parlai naturalmente ai colleghi presenti della carriera di Gerardo D’Ambrosio, del suo rapporto con Emilio Alessandrini, delle sue tante storiche indagini. Ma anche di altro: Gerardo, dopo il trapianto di cuore del luglio del 1991, era diventato testimone di speranza per chi soffre senza rinunciare ad essere se stesso. Altri avrebbero com­piuto scelte più comode, né avrebbero, come lui, rifiutato occa­sioni di successo fuori dalla magistratura. Era incredibile la sua voglia di fare e di dare. Ricordai Gerardo con la mascherina, con le medicine, con mille precauzioni, Gerardo che scherzava e rideva («ogni giorno in più è un giorno di vita che mi è regalato»), ignaro che il futuro gli avrebbe riservato gli onori e gli oneri già toccati a Borrelli. Gerardo e gli stuoli di nuovi ammiratori e am­miratrici che gli mandavano fiori. Gerardo mai a disagio con il cuore nuovo, mai più debole di altri, mai meno coraggioso che in passato. Nel settembre del 1997, mi era toccato in sorte e per sua volontà di difenderlo dinanzi al Csm: non è difficile immaginarne il peso.

Ad un tratto, dopo 45 minuti di arringa in sua difesa, pro­prio come fanno gli avvocati più consumati, chiesi una breve in­terruzione, con il pretesto di riprendere fiato, ma, in realtà, per meglio carpire l’attenzione della sezione disciplinare nel mio pre­visto sprint finale. L’accusa a suo carico era quella di avere parla­to troppo con i giornalisti (sia pure a difesa dell’onore dell’ufficio e dei suoi sostituti), ai quali aveva affidato pesanti considerazioni su qualche ministro. Mi ero sforzato di dimostrare la sua sobrietà nei rapporti con la stampa, ma, proprio durante quella pausa, con i giudici della Disciplinare ancora in aula e nell’atto di uscirne, decine di giornalisti gli si fecero incontro e lui, improvvisamente, ini­ziò a rilasciare un intervista, lì nel plenum del Csm, tra microfoni e telecamere. Persi la pazienza e letteralmente lo interruppi con un discreto calcio. E lui, candido, mi chiese: «Ah, ma pensi che non avrei dovuto?». Fu co­munque assolto: non certo per il mio calcio, ma perché le accuse erano davvero prive di fondamento.

Gerardo rappresenta un pezzo di storia di questo paese, da Piazza Fontana e dalla morte di Pinelli all’inchiesta sui falsi dan­ni di guerra, dal terrorismo ai sequestri di persona, da Calvi ai pri­mi passi della Dda di Milano, fino a Mani Pulite. Un bagaglio uni­co di esperienze giudiziarie: la storia giudiziaria d’Italia coincide in buona parte con quella professionale di D’Ambrosio. Vicende tragiche e sconvolgenti che ha affrontato sempre, da uomo libero, con quel sorriso che spesso gli illumina il volto, tra malinconia e disincanto.

Ma sempre ha vissuto da vero duro perché, come diceva Chandler della sua creatura, l’investigatore Philip Marlowe, i ve­ri duri non sono mastini dalla mascella quadrata ma romantici senza speranze. Che sanno sorridere, provare emozioni e, dun­que, sanno anche piangere. È diventato per i cittadini simbolo di indipendenza di giudizio, di umanità e generosità... doti mai dismesse, neppure quando nell’aprile del ’95 venne sventato un at­tentato alla sua vita o quando qualcuno si permise di insinuare che avesse frapposto ostacoli all’inchiesta sulle tangenti versate ad esponenti del vecchio Pci.

Gerardo D’Ambrosio, dopo molte resistenze, fu candida­to dell’Ulivo e del Partito democratico alle elezioni politiche del 2006 e del 2008: fu eletto in entrambe le occasioni e, dunque, è stato senatore per vari anni. Ogni volta che un magistrato si presenta candidato in elezioni di qualsiasi tipo, si rinnovano accuse e polemiche, si accendono dibattiti. Ma per D’Ambrosio questo problema non si poneva: aveva scelto la strada della politica dopo il pensionamento per raggiunti limiti di età, ormai libero da ogni impegno professionale per il presente e il futuro. Ed anche in quell’alta funzione politica aveva mostrato il suo DNA di persona libera e indipendente, tutto proiettato sull’interesse pubblico e sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Ciao Gerardo, ti abbraccio.
Armando Spataro


(30 marzo 2014)
31/03/2014

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