La magistratura torni all’impegno comune sui diritti e sulle garanzie

L’intervento

La magistratura torni all’impegno comune sui diritti e sulle garanzie

di Mariarosaria Guglielmi
segretaria generale di Magistratura democratica
Corriere della Sera, 31 luglio 2018

Le parole che il Presidente Mattarella ha indirizzato qualche giorno fa ai magistrati in tirocinio ci richiamano ad una visione alta dell’associazionismo giudiziario: luogo di confronto sulle diversità di «autentiche opzioni culturali e valoriali», e di crescita della magistratura che, nel dibattito «attento e plurale», trova un «utile mezzo per promuovere l’elaborazione di risposte legittime alle pressanti istanze di tutela giudiziaria».

Un messaggio importante per la tutta la magistratura che sta perdendo consapevolezza del valore del confronto associativo e, con essa, la base ideale del suo impegno comune per i diritti e per le garanzie.

Come ha scritto Luigi Ferrajoli, nell’associazionismo la magistratura ha costruito la sua identità costituzionale, realizzando nei rapporti fra uguali propri di ogni associazione quel cambiamento culturale necessario per superare la visione di sé come ordine gerarchicamente strutturato; nel confronto associativo la magistratura ha trovato il suo comune denominatore di valori unificanti e si è strutturata come soggetto collettivo. Se cessa di essere e di sentirsi tale, è destinata a regredire alla dimensione della pura corporazione, dove si amministrano e si governano gli interessi dei singoli e le rivendicazioni di categoria, e tutti diventiamo portatori di aspettative individuali e di visioni di «parte».

Così oggi rischiamo di essere percepiti e di presentarci nel confronto pubblico e istituzionale: ognuno per sé e in rappresentanza della «sua parte»; interlocutori accreditati alcuni, meno legittimati altri; ciascuno con le sue proposte ma nessuno al tempo stesso partecipe ed espressione di un progetto comune.

Nelle logiche della corporazione il pluralismo non è più e non è più percepito come un valore condiviso ma diventa un pericoloso retaggio dal quale la magistratura deve liberarsi perché l’imparzialità «esige» l’omologazione culturale e la neutralità: oggi siamo pronti alla difesa del «principio» quando pubblicamente il sottosegretario Morrone lo attacca, esprimendo il diffuso senso comune di una magistratura divisa per «fazioni» e infestata dalle «correnti», ma non siamo consapevoli di quanto noi stessi rischiamo di indebolirlo se abbandoniamo il terreno del confronto associativo per ricercare o accettare all’esterno forme di interlocuzione privilegiata in nome della «parte» che sentiamo di rappresentare.

Il nuovo scenario politico ci pone di fronte a difficili sfide per la tutela dei diritti e delle garanzie, a scelte che stanno invertendo la scala di principi disegnata dalla nostra Costituzione e demolendo quella cornice di valori di riferimento della nostra comunità e di continuità con la nostra storia.

La magistratura deve essere all’altezza di questo contesto e del ruolo che spetta ad una giurisdizione ancorata ai principi costituzionali e sovranazionali e nella dimensione associativa deve costruire le basi culturali del dibattito «attento e plurale» che questo difficile obiettivo richiede.

Le parole del Segretario dell’Unione Camere Penali, Avv. Francesco Petrelli, nell’intervento di presentazione del prossimo congresso (Congresso dei penalisti:perché il titolo è «Il Buio oltre la siepe») hanno aperto l’ampio orizzonte della sfida difficile che ci attende, chiamando anche la magistratura al confronto per la difesa dei diritti e delle garanzie, del processo come strumento di libertà e dello Stato di diritto, della nostra democrazia e del nostro progetto di Europa fondato sui valori di eguaglianza e di solidarietà.

La magistratura deve essere pronta e convinta nel raccoglierla, ponendosi al fianco dell’avvocatura come parte di un fronte più esteso, in difesa dell’identità democratica della nostra comunità e di tutte le conquiste di civiltà che ne rappresentano il patrimonio ideale e spirituale.

È il momento di dimostrare che avvocati e magistrati, come auspicava Calamandrei, avvertono quell’«inesorabile complementarità» delle loro funzioni che li unisce nella difesa dei valori di libertà e di solidarietà.

Questa difesa deve vederci oggi, senza incertezze, dalla stessa parte e ci consentirà di riconoscerci anche quando il «buio» che sta avvolgendo il nostro Paese sarà ancora più fitto.

Corriere della Sera, 31 luglio 2018

 

31/07/2018

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