Si può cambiare l'accesso alla magistratura?

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Si può cambiare l'accesso alla magistratura?

di Andrea Carapellucci
referendario della Corte dei conti


Le polemiche sulle tracce assegnate ai concorsi per la magistratura ordinaria riguardano, di solito, la tecnicità di alcuni argomenti o il fatto che richiedano una conoscenza specialistica della giurisprudenza più recente. Il fatto che la selezione avvenga sulla base di prove per le quali risulta determinante, più della preparazione, l’addestramento specifico fornito dalle scuole.


Bisogna però chiedersi per quale motivo le commissioni si orientino verso tracce di questo tipo, mentre – ad esempio – i temi per l’accesso alla magistratura amministrativa e contabile (presto vedremo quelli per la tributaria) sono ancora formulati in modo più tradizionale.

La ragione principale, a mio avviso, è evidente, e dipende dal numero di candidati e di componenti delle commissioni.

Per correggere con un minimo di obiettività e uniformità le prove di un concorso con migliaia di candidati e una ventina di commissari, bisogna necessariamente basarsi sul contenuto informativo degli elaborati. Stilare una sorta di check list (questo c’è, questo non c’è) e stabilire a priori quali contenuti devono necessariamente essere trattati perché il tema possa ambire alla sufficienza. Questo tipo di correzione richiede tracce articolate, nelle quali i candidati non abbiano una grande libertà di scelta sui contenuti da inserire: temi che possono essere fatti, sostanzialmente, in un solo modo.

Naturalmente, le commissioni apprezzano anche altri elementi, a cominciare dalla capacità di scrittura e di ragionamento, ma il contenuto minimo, le informazioni da inserire, restano indispensabili per superare la prova. Detto altrimenti: si può essere bocciati per mille motivi, ma per essere promossi il tema deve contenere A, B, C, etc. Il che spiega il proliferare dei corsi che propagandano metodologie predittive delle tracce sulla base del curriculum dei commissari…

Diversa è – per ora – la situazione nelle altre magistrature, dove una commissione di cinque elementi ha il tempo di correggere unitariamente gli elaborati di poche centinaia di candidati. I numeri consentono di mantenere una certa uniformità di valutazione, pur a fronte di temi che possono essere svolte in modo molto diverso. Vengono allora assegnate tracce per le quali tutti i candidati sono in grado di scrivere qualcosa, ma solo uno su dieci, all’incirca, dimostra la maturità necessaria alla promozione.

La tendenza, tuttavia, è verso un irrigidimento, nella stessa direzione per la quale oggi è criticato il concorso per la magistratura ordinaria.

Dal 2017, al concorso TAR vige la regola della “tagliola”, in virtù della quale la commissione determina a priori l’ordine in cui le prove saranno corrette e interrompe la correzione non appena una prova non risulta sufficiente. Nell’ultimo concorso (2021), sulla base dei dati pubblicati dalla commissione, risulta che il 50% dei candidati è stato bocciato sulla base del voto conseguito nella prima prova (il tema di diritto civile), senza che nemmeno venissero corrette le altre.

Piuttosto diversa l’esperienza dell’ultimo concorso alla Corte dei conti (2021), in cui la regola della tagliola non vige, e i circa 300 candidati sono stati selezionati sulla base dei voti conseguiti in tutte le prove. Dato non irrilevante: molti dei bocciati avevano conseguito almeno la sufficienza (35) in ciascuna prova, ma senza raggiungere la media minima del 40 fra tutte le prove. Una modalità di selezione, in concreto, completamente diversa.

Il numero di candidati ai due concorsi era però in rapporto di 1 a 2: circa 300 alla Corte dei conti, quasi 600 al TAR. Viene da chiedersi se, con un numero maggiore di candidati, la magistratura contabile non sarebbe costretta ad adottare regole simili a quella amministrativa, che ha cambiato le proprie all’inizio dell’attuale stagione di concorsi, in cui viene pubblicato un bando all’anno, da 40-50 posti in media, dopo anni di sostanziale blocco del turn over.

Oggi, tutte le magistrature hanno gravi problemi di organico e si trovano a dover assumere decine (o centinaia, nel caso dell’ordinaria) di nuovi magistrati ogni anno. Il problema, sempre più sentito, è la copertura integrale dei posti, perché (si dice) il numero di candidati idonei è sempre inferiore a quello dei posti a concorso.

Più realisticamente: le commissioni non vogliono abbassare eccessivamente il livello della selezione, quindi tendono ad ammettere agli orali un numero di candidati inferiore rispetto a quello dei posti disponibili. Da ciò nasce, però, un’altra distorsione: la prova orale non concorre più realmente alla selezione, ma rappresenta l’occasione di rimediare ad errori (quando un candidato di scarsa preparazione ha “incomprensibilmente” superato la prima fase) o, più di frequente, un triste rituale in cui alcuni candidati meritevoli vanno in crisi e vengono bocciati perché un eccesso di emotività li costringe alla scena muta.

È in questa situazione di crisi del sistema di reclutamento (troppi concorsi, per troppi posti, in troppo poco tempo) che la scelta di selezionare i nuovi magistrati attraverso tre o quattro prove scritte, di carattere teorico, mostra tutti i suoi limiti.

Il sistema, pensato per un’epoca in cui si bandivano concorsi regolarmente, per un numero di posti ragionevole e con possibilità (effettiva) di accesso per i neolaureati, è rimasto lo stesso solo sulla carta, ma nei fatti è profondamente cambiato.

I candidati sono meno giovani, quindi con più anni di studio alle spalle. Quasi tutti escono da scuole e corsi di preparazione che li addestrano ad affrontare una specifica tipologia di prove. Le tracce vengono costruite per riflettere il diverso tipo di preparazione dei candidati, ma soprattutto per le esigenze dettate dai numeri, dalla necessità di concludere la procedura in tempi ragionevoli e di selezionare in modo obiettivo, o meglio “a prova di ricorso” (visto il crescente numero di impugnazioni delle bocciature).

C’è veramente da chiedersi se un modello come quello francese, basato su di un corso-concorso, non sarebbe più adeguato alle nuove esigenze. Consentirebbe, infatti, di inserire nel percorso formativo un numero maggiore di candidati e di selezionarli, nel tempo, sulla base di competenze più diversificate.

Consentirebbe anche una maggiore flessibilità nella tempistica degli accessi: far entrare contemporaneamente centinaia di magistrati, una volta ogni anno e mezzo circa, rende molto più complessa la formazione dei neoassunti.

È evidente che la magistratura ordinaria, per le sue dimensioni, sarebbe l’unica a poter istituire e gestire autonomamente un sistema di reclutamento questo tipo. Le altre magistrature potrebbero però contribuire, ciascuna con le sue specifiche competenze, alla formazione dei colleghi, favorendo la circolazione delle idee e una cultura della giurisdizione che dovrebbe essere comune. (Mi sono sempre stupito del numero irrisorio di iniziative comuni tra la SSM e gli equivalenti delle magistrature speciali…).

Una riforma di questo tipo richiederebbe, verosimilmente, anni di tempo e un significativo investimento economico. Non è immaginabile realizzarla in assenza di una chiara scelta politica da parte del Governo del momento. La magistratura associata può però farsi promotrice di un dibattito quanto mai opportuno, anzi necessario.

31/05/2023

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