Per una svolta garantista nella giustizia penale. Mobilitiamoci!

Intervista a Livio Pepino

Il 6 giugno 2026 presso l’Istituto degli studi filosofici di Napoli l’associazione ‘Volerelaluna’ in collaborazione con Magistratura Democratica e altre realtà del mondo della giustizia e della cultura, ha organizzato l’evento “Per una svolta garantista nella giustizia penale. Mobilitiamoci!”. Ci spieghi il significato di questa iniziativa?

Passato il referendum il rischio è che, sui meccanismi reali di funzionamento della giustizia, scenda di nuovo il silenzio (rotto solo da polemiche strumentali e dal clamore mediatico di alcuni processi). Bisogna rompere questo schema. Come? Cercando di costruire una rete di giuristi capace di formulare analisi e proposte e di esercitare una lobbing democratica nei confronti delle istituzioni e della politica. Con due avvertenze: è necessario superare la logica delle appartenenze e lasciarsi alle spalle le divisioni dei mesi scorsi.

Nella tua carriera da magistrato hai svolto molteplici funzioni attraversando diverse fasi della storia della Repubblica, dalle stagioni di terrorismo e mafia a quelle più recenti della crisi della globalizzazione. Quanto e come sono cambiate le politiche criminali e le garanzie del sistema penale?

Quando sono entrato in magistratura, nel gennaio 1970, c’erano in carcere 34.852 persone. Quando ne sono uscito, 41 anni dopo, ce n’erano 67.961. Oggi siamo a 64.436. Dunque il carcere e il penale sono raddoppiati, pur in presenza di una flessione dei reati (che hanno visto il tetto massimo nel 1991-92). Nel frattempo nel processo penale è cambiato tutto: non solo con l’introduzione di un nuovo codice e la riscrittura dell’art. 111 della Costituzione. Che cosa non è cambiato? La cultura della politica (che ha continuato a considerare la giustizia penale uno strumento di governo della società) e anche quella della maggioranza dei magistrati (per i quali la tutela della libertà personale è stata spesso un optional). Per voltar pagina occorre una stagione improntata alla cultura delle garanzie, in cui i magistrati siano valutati – e si valutino – non per i risultati (spesso contingenti) ma per il rigoroso rispetto delle regole, a cominciare da quelle che presiedono alla libertà delle persone.

Quello che comincia a giugno è un progetto molto ambizioso ma la contemporaneità sembra consegnare alle nuove generazioni una forte sfiducia nella possibilità di cambiare: democrazie in crisi, tramonto delle grandi narrazioni idealistiche del Novecento, nuove guerre. Credi veramente che ci sia spazio per una svolta garantista del diritto penale?

È vero. Le democrazie sono in crisi e, per lo più, reagiscono al deficit di rappresentanza e di credibilità con una svolta autoritaria nei confronti di presunti nemici interni: i barbari, i marginali, i ribelli, a cui sono dedicati repressione crescente e provvedimenti sicuritari a gogò. Il tentativo ulteriore è quello di avere una magistratura sempre più allineata, vero “braccio” della repressione. Per questo una svolta garantista del diritto penale non è solo una tutela dei diritti dei singoli, ma è anche una difesa della democrazia. Mi chiedete se è possibile. Non lo so, ma so che è necessaria.