Relazione del Segretario generale di Magistratura democratica al XXV Congresso, Roma, 13-15 marzo 2026

Introduzione: il contesto.

Chiamati a redigere uno dei primi comunicati dell’Esecutivo di Magistratura democratica, a fronte di uno dei decreti legge attraverso cui il Governo utilizzava la risposta penale, per fronteggiare una delle tante vicende su cui i media avevano costruito paure sociali, l’Esecutivo di Magistratura democratica scrisse che era il tempo di avviare una stagione di resistenza costituzionale. Pensavamo di averci visto lungo, ma non avevamo, invece, inteso come il populismo penale (meglio: l’utilizzo della leva penale quale strumento di aggregazione del consenso) fosse il sintomo che qualcosa stesse cambiando nelle posture istituzionali dei governanti di quasi tutto il mondo occidentale.

Invero, a fronte delle incertezze del futuro a cagione della soverchiante complessità dei problemi con cui l’umanità deve confrontarsi, una progressiva, silenziosa semplificazione autoritaria ha sdoganato l’uso della forza quale criterio risolutore  di quelle complessità. Non è un caso che, ad esempio, sul tema della gestione degli epocali flussi migratori che caratterizzano questi tempi, le soluzioni proposte non abbiano alcuna autentica prospettiva risolutoria di medio-lungo periodo, ma si accontentino di ammansire le paure pubbliche generate dal fenomeno, con interventi contingenti e di corto respiro che danno risposte emozionali, piuttosto che razionali, al problema. E ugualmente potrebbe dirsi per la vistosa retromarcia dei Paesi occidentali in materia di politiche volte a fronteggiare il cambiamento climatico; mentre, benchè immanente e vistoso, resta assente dal dibattito il tema della diseguale distribuzione delle risorse, generata dal loro accumulo in mani di pochi: Stati o individui che siano.

Per ciò, la leva comunicativa emozionale – nella confusione crescente, alimentata con sapienza da gestori di potenti motori di comunicazione social che anestetizzano la razionalità, per indurre paure e pulsioni impulsive – ha indotto nell’opinione pubblica la tentazione di accettare la verticalizzazione dei poteri costituzionali quale soluzione apparente alla complessità (irrisolvibile?) dei temi che affannano la nostra attualità politica.

L’applicazione sguaiata, cinica, arrogante, del criterio regolatore della forza, in luogo di quello del diritto, ha presto riesumato la guerra, l’aggressione armata quale criterio di risoluzione dei problemi, mostrando senza più reticenze quella che Papa Francesco aveva già definito – con lucido acume – una guerra mondiale a pezzi. Ora che questi pezzi tendono ad avvicinarsi pericolosamente, il quadro d’assieme si delinea più drammaticamente, sino a renderci tutti consapevoli di quanto quella intuizione profetica cogliesse nel segno. Così, dopo qualche scricchiolo sinistro, abbiamo dovuto prendere atto della crisi del multilateralismo e con esso della regola del diritto quale strumento contenitivo della forza, a tutela del più debole.

Tutto questo non è arrivato per caso, ma è stato il frutto di piccole slavine che non abbiamo tempestivamente colto, sino a quando non abbiamo verificato come la concentrazione in poche mani di imponenti ricchezze abbia saldato queste ultime al governo dello Stato più potente del mondo, generando quel delirio di onnipotenza che sta a fondamento dell’attuale caos internazionale.

Uno dei fattori silenti di questa deriva è venuto dalla trasformazione dei processi analogici della nostra coesistenza in processi digitali.

La mancanza di controlli adeguati e la velocità dei cambiamenti che ne sono derivati hanno generato una straordinaria concentrazione di potere nelle mani di chi detiene i server che controllano quei processi digitali: il 70% è nella proprietà di due imprese, il 100% di cinque imprese al mondo. Un potere immenso a disposizione di pochi.

Abbiamo accettato tutto questo, in modo naif, entusiasti delle magnifiche sorti e progressive promesse dal Web, senza comprendere quanto e come questa assenza di regole che regnava in questo settore, avrebbe trasformato lo spirito del tempo. Da un’idea condivisa di futuro, inteso come un mondo migliore dove arrivare tutti assieme, attraverso regole comuni capaci di governare le spinte del più forte, siamo passati a uno spirito del tempo che identifica quelle regole come un ostacolo per l’esistenza e l’autonomia dell’individuo forte, abile, dotato di talento, ricco; per ciò, solo chi ha successo, ha riconosciuta la dignità dei diritti, chi non ce l’ha può invece essere sommerso, escluso, eliminato.

La destra politica occidentale interpreta questo spirito del tempo che ha il potere di corrodere non solo la fiducia nelle istituzioni, ma lo scopo e il senso di queste ultime. Nel frattempo, surfando su quest’onda, si è imposto un modello di business costruito sulle nostre vulnerabilità di esseri umani (paure, emozioni, ma anche il narcisismo, l’esibizionismo, l’egoismo, in poche parole le nostre debolezze millenarie), mentre il livello di apprendimento medio cala drasticamente in tutto l’occidente e la post-verità diventa strumento di falsificazione del reale, adottato quale stile di comunicazione e governo dal principale interprete delle destre nel mondo occidentale: il Presidente degli Stati Uniti.

Si impone così il modello di governo delle élite, capace di entrare in relazione emozionale con il popolo, assunto a interprete del suo volere, che, perciò, mal tollera organismi di controllo e garanzia; il sistema di check and balance, la tutela dei diritti deboli, diventano orpelli inutilmente onerosi, a fronte della efficienza e speditezza del sistema oligarchico dell’élite.

Il volere del più forte, la logica del più forte, la crisi assoluta del sistema delle regole e, quindi, il collasso del diritto internazionale e del multilateralismo che stiamo registrando, non sono che il riflesso, sullo scenario della politica interna e internazionale, di questo spirito del tempo su cui fondano i modelli di business delle Big Tech.

E, però, in questo scenario apocalittico per le democrazie tradizionali e per il sistema dei diritti inteso quale perno della convivenza sociale, la coscienza civile si è destata. Le immagini delle guerre, ma soprattutto, in Palestina, l’esercizio arrogante della forza del più forte, la sua assoluta mancanza di misericordia, ha risollevato le coscienze ammansite dagli abili gestori delle narcotizzanti comunicazioni social.

Più di recente, in attesa dei risultati finali, i sondaggi sugli esiti dell’imminente referendum sulla giustizia, segnalano come in meno di tre mesi il fronte del No abbia recuperato quasi il 20% appaiando il Sì. Un esito conseguito senza che siano mutati i rapporti di forza mediatici, grazie a iniziative capillari sul territorio che hanno ridato senso a un dibattito pubblico vivace e partecipato, garantendo un’informazione capace di generare nuove consapevolezze.

Sono segni di speranza che vanno coltivati, manutenuti nella genuinità della loro genesi, ma anche decisamente amputati dalla tentazione della contrapposizione violenta. Ma sono, anche, segnali che dicono dell’incapacità della politica di dare rappresentazione visibile, percepita, appassionata a questa vitalità democratica, a questo bisogno di umana solidarietà e quindi di regole che la tutelino. Quelle piazze affollate, la pluralità di circoli, associazioni, parrocchie, pullulanti di vivacità democratica, spirito di confronto, curiosità e voglia di conoscere, infatti, sono anche l’espressione più evidente della crisi di rappresentanza che attraversa la politica nazionale e che è testimoniata dalle percentuali di votanti prossima la 50% a cui ci stiamo abituando.

La magistratura e la riforma costituzionale.

Anche la magistratura, il nostro piccolo mondo associativo, ha sofferto e soffre di questa crisi di rappresentanza. Ce lo hanno ricordato i magistrati più giovani che da dicembre 2024 hanno assunto plurime iniziative per sollecitare la dirigenza associativa a reagire all’attacco al sistema costituzionale di tutela dei diritti che la riforma costituzionale incarna. Quegli stessi giovani che oggi riempiono le sale dei confronti referendari, mostrando una magistratura associata viva e appassionata che riscopre la prossimità alla comunità quale valore fondamentale per recuperare fiducia e credibilità appassite. Quei giovani sono la migliore rappresentazione di una magistratura che non si percepisce come casta sacerdotale che difende suoi privilegi, ma piuttosto come comunità di lavoratori, impegnata a fornire un servizio, che gestisce un potere della cui dirompenza sulla vita delle persone è consapevole. La capacità di comunicare tutto questo con la pazienza e l’umiltà che ha caratterizzato molti dei confronti e dialoghi tra magistrati e cittadini, è stato uno dei propellenti del ribaltamento degli orientamenti del voto, registrato dai più recenti sondaggi, ma anche una delle tracce più chiare per il futuro dell’associazionismo.

La riforma costituzionale sottoposta al referendum popolare è l’interpretazione nazionale, più soft e opportunistica, di quello spirito del tempo interpretato in modi più rozzi e visibili dal Presidente statunitense. Nella diversità dei modi, è agevole intravedere una comune prospettiva: l’indebolimento degli organi di rilevanza costituzionale, chiamati a garantirne i principi. Così, ribadita e rafforzata, all’art. 104 Costituzione, l’autonomia e l’indipendenza non solo dei giudici, ma anche dei pubblici ministeri, la riforma ci ha consegnato l’oggettivo indebolimento del Csm conseguente alla nomina dei suoi rappresentanti per sorteggio. Tuttavia, l’affermazione del principio, una volta dimidiato l’organo che ne deve garantire l’inveramento, appare un ossimoro funzionale a occultare ben altri obiettivi. E’ stata, infatti la resistenza costituzionale dei magistrati ai reiterati tentativi di imporre loro l’emissione di sentenze gradite alla maggioranza parlamentare, perché coerenti con gli obiettivi del Governo, a condurre a questa riforma.  L’obiettivo è, dunque, una magistratura servente al potere esecutivo, grazie a un Csm infiacchito nella sua rappresentanza e dimidiato nella sua funzione (da quella di governo della politica giudiziaria del Paese a quella di mera amministrazione burocratica della magistratura).

La mutazione dell’ordinamento giuridico da nazionale a multilivello, con il moltiplicarsi delle fonti di produzione normativa, ha generato l’incontrollabilità di una magistratura sottoposta solo alla legge; questa, infatti, non è più solo quella generata dalla maggioranza parlamentare nazionale, ma quella modellata dal principio del primato della norma internazionale. La modifica costituzionale, dunque, è un tentativo di infiacchire la resistenza costituzionale dei magistrati, il loro dovere di restare fedeli alla norma multilivello, attraverso il mutamento funzionale e rappresentativo dell’organo che doveva garantirne l’autonomia e indipendenza della magistratura. Il presidio della concreta possibilità che il giudice sia sottoposto solo alla legge. Un obiettivo reso ancor più pericoloso dall’inquietante prossimità tra governanti e centri di potere economico e mediatico che ambiscono a una verticalizzazione delle strutture democratiche che garantisca enormi poteri in mano di pochi.

Tuttavia, la magistratura ha bisogno di riforme, benché non di questa riforma. All’indomani dell’esito referendario, dobbiamo immaginare e proporre strumenti di autoriforma (di cui accennerò in seguito) che ci consentano di restare fedeli alle promesse di prossimità e garanzia dei diritti del più debole con cui ci siamo fatti conoscere nei molteplici luoghi di confronto e dialogo che hanno caratterizzato questa campagna elettorale, qualunque sia il suo esito. 

Il Consiglio superiore della magistratura

In questi ultimi anni, la magistratura è stata continuamente chiamata a confrontarsi con gli strascichi conseguenti alle vicende dello scandalo Ferri-Palamara: una vicenda che racconta molto non soltanto delle degenerazioni del potere, ma anche dei virus culturali che una malintesa cultura del “merito” inocula nel corpo della magistratura. Se la magistratura avesse fatto con maggiore serietà i conti con la “modestia etica” che abbiamo conosciuto, forse oggi giocheremmo una partita più agevole sul campo referendario.

Le risposte date dal sistema di giustizia disciplinare sono state complessivamente modeste, così come l’incidenza di tali vicende sui successivi sviluppi professionali di molti protagonisti di quelle chat, alcuni dei quali addirittura investiti di importanti responsabilità istituzionali.

E, infatti, ritenevamo – e riteniamo tuttora – che il superamento di quelle problematiche non dovesse – e non debba – affidarsi ad una (pur necessaria) palingenesi disciplinare.

Sono altri i terreni su cui si deve giocare il futuro.

È in questa prospettiva che – negli ultimi due anni – Magistratura democratica si è impegnata sul versante ordinamentale.

Ricordo la richiesta rivolta al Consiglio superiore della magistratura di procedere con la necessaria solerzia alla trattazione delle pratiche di conferma dei dirigenti degli uffici giudiziari lasciate in sospeso, perché “problematiche” (perché in qualche misura lambite dalle vicende dell’Hotel Champagne). Le nostre sollecitazioni non hanno purtroppo avuto effetti di rilievo. Ma era doveroso provare a rendere effettivo il sistema di valutazione dei dirigenti al momento della conferma quadriennale.

Ricordo, soprattutto, l’impegno profuso per la riforma del Testo Unico sulla dirigenza giudiziaria. L’impegno di Magistratura democratica è stato animato da una duplice ambizione: costruire un tessuto di regole capace di limitare (ché escluderle è impossibile) le degenerazioni del potere e restituire la necessaria immagine di trasparenza all’attività del Consiglio superiore della magistratura e, al tempo stesso, capace di fotografare con maggiore chiarezza le qualità che sono richieste ad un dirigente di un ufficio giudiziario. Non si tratta di negare la discrezionalità del Consiglio superiore della magistratura (posto che essa è ineliminabile in qualsivoglia quadro di regole). Si tratta di spostare l’incidenza della discrezionalità dal piano delle singole scelte, sempre controvertibili, a quello della declinazione delle regole. La nostra proposta non è stata approvata ed è stata un’occasione persa. Ma ha avuto il pregio di provocare un fecondo dibattito all’interno della magistratura che, in questa occasione più che in passato, si è trovata a ragionare non sull’esistente, ma a immaginare il futuro.

Mi limito a mettere sul tappeto alcuni dei temi che la prossima dirigenza di Magistratura democratica sarà chiamata ad affrontare sul terreno ordinamentale, qualunque sia l’esito della partita referendaria: una riforma più profonda del Testo Unico della dirigenza giudiziaria; l’elaborazione di meccanismi più incisivi per le procedure di conferma quadriennale per i magistrati chiamati a svolgere funzioni direttive; una riforma del sistema tabellare che attribuisca maggiore rilievo ai contributi di tutti i magistrati appartenenti agli uffici giudiziari, all’avvocatura e al personale amministrativo; un deciso rafforzamento dell’istituto delle c.d. pratiche a tutela, sempre più necessarie in un frangente storico in cui persino persone investite di alte responsabilità istituzionali non si fanno scrupolo alcuno nel mettere alla berlina i magistrati responsabili di avere assunto – applicando la legge, nel quadro costituzionale e sovra-nazionale – decisioni non gradite alla contingente maggioranza politica.

Spetterà a Magistratura democratica – al suo fecondo dibattito interno, alla curiosità e all’intelligenza collettiva – vedere le strade più credibili ed efficaci per tutelare l’autonomia e l’indipendenza della giurisdizione dai sempre più evidenti tentativi di condizionamento provenienti dal “potere politico”, ma anche  per liberare la magistratura da ambizioni di carrierismo che rischiano di provocare il tradimento dell’immagine che la Costituzione ha delineato per chi è chiamato ad esercitare a funzione giudiziaria: un magistrato autonomo e indipendente, soggetto “soltanto” alla legge. E – ci ricordava Borré – l’importanza di quell’impegno costituzionale non è soltanto nei sostantivi (autonomia e indipendenza), ma anche nell’avverbio: soggetti “soltanto” alla legge e alla Costituzione.

L’elezione di Mimma Miele al Consiglio superiore della magistratura ha restituito a Magistratura democratica una rappresentanza diretta nel Consiglio, che ci ha consentito di entrare nelle dinamiche del governo della magistratura con maggiore consapevolezza, ma anche con maggiore responsabilità. Mimma sta svolgendo il suo mandato con il rigore, la profondità di azione, la cultura del lavoro solida e generosa che l’ha sempre caratterizzata. La sua attenzione scrupolosa ha arricchito il confronto interno al Consiglio nel quale Mimma ha esercitato con pienezza, ma anche senso di responsabilità e misura, la propria autonomia decisionale nelle scelte di dettaglio, mantenendo, tuttavia, un costante dialogo con la dirigenza del gruppo sulle questioni di carattere più generale, nello spirito di una leale e proficua condivisione delle riflessioni e delle linee di fondo.

La ricerca di alleanze sui diversi temi che animano il dibattito interno alla magistratura ha condotto naturalmente Mimma Miele a incrociare il proprio percorso e la propria azione con quella di Roberto Fontana. Si è trattato di una convergenza maturata nel confronto su obiettivi comuni e su una visione condivisa circa la necessità di rafforzare il ruolo dell’autogoverno, restituendogli credibilità, trasparenza e capacità di rappresentare in modo autentico la pluralità delle sensibilità presenti nella magistratura.

In questo quadro, il sostegno alla candidatura di Roberto Fontana non ha rappresentato per Magistratura democratica soltanto un passaggio elettorale, ma l’occasione per avviare e consolidare un dialogo più ampio con componenti diverse della magistratura. Tale scelta ci ha consentito di porci in relazione con interlocutori provenienti da esperienze associative e culturali differenti, accomunati tuttavia dalla consapevolezza che la fase attuale richiede un impegno condiviso per una profonda rigenerazione dell’autogoverno. Rigenerazione che intendiamo declinare lungo le linee sopra indicate: rafforzamento delle pratiche di responsabilità e trasparenza, valorizzazione del merito e delle competenze, superamento delle logiche di appartenenza come criterio prevalente nelle scelte di governo autonomo. In questo senso, la convergenza sviluppatasi attorno alla candidatura di Fontana ha rappresentato non soltanto un punto di incontro, ma anche un laboratorio di confronto e di costruzione di una prospettiva comune, capace di mettere al centro il buon funzionamento dell’istituzione e la fiducia dei magistrati nel proprio sistema di autogoverno.

L’associazionismo.

Sin dagli esiti del Congresso di Firenze, il nostro gruppo in Anm ha continuato a lavorare sostenendo lealmente la giunta, e stimolandone l’azione.

In particolare, voglio ricordare come, sostenendo l’azione generosa di due giovani magistrate che avevano chiesto la convocazione dell’assemblea generale, che Magistratura indipendente voleva far slittare al 2025, con Cdc ormai scaduto, così da renderla irrilevante, abbiamo ottenuto che la stessa si celebrasse a dicembre 2024, in tempo utile per individuare gli obiettivi fondamentali dell’azione dell’Anm sulla riforma costituzionale. Nel Cdc di gennaio i nostri rappresentanti hanno lavorato intensamente per ottenere la proclamazione dello sciopero a data ravvicinata; quello che sembrava un azzardo si è rivelato – anche grazie alle interlocuzioni con gli altri gruppi e alla lettera a firma di tutti i segretari – una scelta vincente. La straordinaria adesione allo sciopero, infatti, è stato il primo segnale di una magistratura consapevole della rilevanza della sfida in corso, preoccupata di mantenere il suo ruolo costituzionale, a difesa dei diritti dei cittadini.

Queste vicende si sono intersecate con la campagna elettorale per il Cdc e la decisione di candidare nella nostra lista anche magistrati non iscritti al gruppo che si riconoscevano però nel suo percorso. La scelta si è rivelata vincente non solo in termini elettorali (siamo passati da tre a sei consiglieri), ma soprattutto perché Rachele Monfredi e Leonardo Lesti hanno arricchito le nostre prospettive e le nostre comprensioni e si sono perfettamente integrati con gli altri eletti, formando un gruppo coeso che ha lavorato in efficace ed alacre sintonia all’interno del Cdc e della Gec.

Come già accennato, la campagna elettorale referendaria conferma quanta vivacità e passione vi sia nella magistratura, specialmente quella più giovane, e come questa magistratura sia proclive al confronto esterno e insofferente a un’idea chiusa e auto-referenziale della corporazione. La mobilitazione in questa campagna referendaria è stata eccezionale, non solo nella società civile, ma anche fra i magistrati. Un numero veramente rilevante si è impegnato con passione, competenza, gratuità. E si è fatta strada fra tutti, anche fra coloro che non si trovavano su posizioni vicine alla nostra, la consapevolezza di quanto sia rilevante, per il bene della magistratura e del sistema giustizia nel suo complesso, il dialogo e lo scambio senza pregiudizi con tutta la società civile. Non una catechesi spocchiosa, ma un ascolto reciproco e franco.

La sfida è raccogliere e dare possibilità di espressione a questa passione autentica, senza l’ossessione del proselitismo, ma piuttosto con generosa disponibilità all’ascolto e all’accoglienza. Con questo approccio, sono sicuro che la storica attitudine di Magistratura democratica al confronto con il punto di vista esterno alla magistratura e alla creativa contaminazione delle comprensioni, costituirà un fattore di potente attrazione. Per questo, all’interno dell’Anm, siamo chiamati ad essere il lievito di un’azione che promuova l’uscita della magistratura da un asfittico corporativismo autoreferenziale.

Più in generale, credo che l’Anm debba dare sempre più spazio alla capacità delle giovani generazioni di innovare autenticamente l’associazionismo, muovendo da prospettive e capacità comunicative nuove. La spinta propulsiva della parte più giovane della magistratura non deve essere governata, incanalata, ma le deve essere consentito di essere feconda, deve potere trovare spazi di espressione e di protagonismo, non ostacolati da equilibrismi ed egoismi associativi.

Gli esiti referendari cambieranno gli scenari associativi, ma qualunque questi siano, credo sarà necessario conservare una linea associativa unitaria, se a questa sarà possibile imprimere una direzione innovativa, costruendo le prospettive per una magistratura affidabile, capace di aprirsi alle riforme necessarie, protagonista di una stagione di ricostruzione dalle macerie dei rapporti e relazioni istituzionali che questa campagna elettorale ci lasciano in eredità. L’occasione, insomma, è propizia per fare dell’Anm una casa nuova, accogliente e generosa, nella quale i gruppi associati retrocedano dalla tentazione di esercitare il controllo, per aprirsi e accogliere effettivamente e concretamente chiunque voglia impegnarsi nell’associazionismo. Dentro questi perimetri, allora, l’unità associativa non sarà solo uno stanco rituale, ma una sfida appassionante, nella quale Magistratura democratica potrà svolgere un ruolo decisivo, per innovare l’associazionismo.

La giurisdizione: il settore penale

Negli ultimi due anni, si è progressivamente meglio delineata la linea di tendenza delle politiche penali. Da un lato, abbiamo registrato l’approvazione di leggi sostanziali e processuali che rendono più problematico il contrasto a fenomeni e sistemi illegali che caratterizzano il nostro Paese (si pensi alla abrogazione dell’abuso d’ufficio, alla riforma del traffico di influenze illecite, alla riforma della disciplina delle intercettazioni).

Dall’altro lato, abbiamo assistito a un crescendo di leggi che “promettono” sicurezza per contrastare le contingenti emergenze mediaticamente alimentate: il decreto rave; il decreto Caivano; il decreto Cutro; ben due pacchetti-sicurezza e via seguitando.

Si è trattato di interventi caratterizzati da alcune linee costanti: l’introduzione di disposizioni penali a mezzo di decretazione d’urgenza, con marginalizzazione del Parlamento; la selezione di un preciso tipo criminale: il migrante, il marginale, il dissenziente; l’individuazione delle manifestazioni pubbliche come luoghi in sé pericolosi; l’enorme inasprimento delle pene. Poco, se non nulla, sul versante delle risorse. Nella consapevolezza che le opzioni di politica criminale competono al legislatore, avvertiamo tuttavia alcune preoccupazioni.

Preoccupa il fatto che – a fronte di non semplici problematiche sociali – il decisore politico si affidi alla più semplice delle soluzioni: la comminatoria di sanzioni esemplari, sempre più lontane dalla fisionomia che la Costituzione assegna alla risposta penale. Una risposta “a costo zero” (per il sistema, non certo per i singoli consociati che si trovino coinvolti in un giudizio penale) cui affidare – confidando che magicamente funzioni – la tutela della nostra sicurezza. Tuttavia, nessuno – non la politica, non la magistratura, nemmeno l’accademia – si è sinora speso per verificare empiricamente se lo splendore dei supplizi, l’esibizione muscolare delle pene esemplari sia davvero uno strumento capace di prevenire la recidiva e assicurare maggiore sicurezza alle persone offese dal reato, alla collettività. Forse la fiducia nel magico potere della pena esemplare dovrebbe essere sottoposta a verifica…

In questo quadro, Magistratura democratica – anche per il tramite dei sempre puntuali e autorevoli interventi della rivista Questione Giustizia – si è spesa in un costante lavoro culturale di approfondimento e di costante messa in discussione di idee, apparentemente vincenti nel discorso pubblico, sul “cosa” e sul “come” punire. È un lavoro che – credo – dovrà continuare, insieme all’elaborazione del “senso” della risposta penale. Credo sia necessario che, nel prossimo futuro,  Magistratura democratica dedichi spazi di riflessione e confronto con gli operatori per verificare se ciò che a tutti sembra necessario – ossia la risposta penale esemplare – sia davvero uno strumento capace di offrire maggiore sicurezza e prevenzione della recidiva. In questo contesto, Magistratura democratica deve continuare ad impegnarsi per stimolare un cambio culturale all’interno della magistratura in materia di pene sostitutive; si tratta di una opzione – una pena che non vede nella risposta carceraria l’unica possibile – che ancora fatica ad affermarsi nella prassi giudiziaria e che, dunque, merita impegno culturale e, soprattutto, organizzativo.

Infine, credo sia anche necessario, avviare un più profondo e diffuso dibattito per affermare una cultura penalistica capace di superare l’attuale polarizzazione sul ruolo delle vittime; in particolare, è necessario mettere in discussione l’idea che la tutela delle persone offese postuli una diminuzione delle garanzie per l’accusato. Un crinale complesso, nel quale Magistratura democratica può essere protagonista di riflessioni capaci di trovare nuove consapevolezze e, quindi, nuovi equilibri, senza pregiudizio per le garanzie di tutte le parti coinvolte nel processo.

Il carcere e la pena.

L’attuale sistema penitenziario italiano presenta criticità strutturali – sovraffollamento, condizioni edilizie degradate, carenze igienico-sanitarie, insufficiente accesso al lavoro e alle attività rieducative e inadeguata assistenza sanitaria – che rendono il trattamento detentivo contrario al principio rieducativo del condannato, sancito dall’articolo 27 della Costituzione. E’ giunto il tempo di superare una visione esclusivamente carcerocentrica della risposta penale, promuovendo politiche volte a ridurre il ricorso alla detenzione, potenziare le misure alternative e l’esecuzione penale esterna, migliorare le condizioni materiali degli istituti e rafforzare gli interventi sociali, sanitari e trattamentali, anche attraverso la collaborazione con realtà della società civile come quelle attivate con Antigone o Ristretti Orizzonti. E’ necessario avviare un cambiamento culturale e istituzionale che renda effettiva la funzione rieducativa della pena e maggiormente conforme ai principi costituzionali l’esecuzione penale. Tuttavia, la gravità della situazione impone di considerare l’assunzione di provvedimenti straordinari volti a fronteggiare l’emergenza. Non si tratta solo di tutelare i diritti fondamentali dei detenuti e le condizioni di lavoro della Polizia penitenziaria, ma anche di rendere efficace la capacità del sistema di garantire persino la sua essenza punitiva.

Il sovraffollamento, infatti, rende ingestibili le carceri nelle quali l’incontrollata presenza di strumenti di comunicazione con l’esterno e l’abbassamento dei controlli (a cagione della sproporzione tra ristretti e polizia penitenziaria) consente pericolose promiscuità tra sodali di organizzazioni criminali che continuano a operare dall’interno degli istituti penitenziari.

Insomma, un carcere migliore conviene a tutti!

Il settore civile.

Negli ultimi cinque anni il volto della giustizia civile è cambiato; le aule e i corridoi dei tribunali da gremiti che erano si sono svuotati. L’emergenza pandemica ha imposto prepotentemente un modello di processo interamente cartolare, che si è stabilizzato quale modalità tipica; sicchè la digitalizzazione delle procedure ne ha consentito una gestione a distanza, alterando la funzione simbolica e collaborativa del processo civile, con conseguenze non ancora ben percepibili.

Non vi è dubbio che le nuove tecnologie abbiano consentito positive accelerazioni operative, aumentando la velocità di definizione dei processi ed esonerando i giudici da incombenti bizantini o disfunzionali. Tuttavia, dobbiamo chiederci se ci possa essere un limite a questa progressiva smaterializzazione del giudice che decide altrove i processi, senza alcuna relazione con parti, difensori, personale di cancelleria. Il timore è che, quasi senza accorgersene, il giudice possa subire una metamorfosi nella percezione di sé e del suo ruolo; sicché, è la stessa nozione di giudice naturale, la regola della competenza per territorio, e i principi e giustificazioni che ne stanno a fondamento a entrare in crisi. Ne esce, così, forgiato un nuovo giudice che opera da remoto, compulsando l’intelligenza artificiale per accorciare le fasi di elaborazione, che non ha contatti con il territorio, che è distante dalle persone che “fanno” il processo. Un prototipo artificioso che per un verso può costituire la via per la sperimentazione di forme di intelligenza artificiale nel processo; per altro verso può generare professionalità monadi, solitarie, prive di autentiche connessioni umane e, quindi, amputate nella naturale attitudine della giurisdizione ad essere vivace confronto capace di innovare il diritto, spostando sempre più avanti la comprensione dei casi concreti, attraverso soluzioni interpretative innovative. Il rischio, dunque, è quello di un giudice spento, rinchiuso nei suoi spazi domestici e, per ciò, naturalmente corporativo e auto-referenziale. Una deriva da contrastare, prima di tutto ponendo il problema, per accrescere le consapevolezze e individuare gli antidoti, ponendolo al centro del dibattito nella magistratura.

Alla smaterializzazione del processo si è poi accompagnato il crescente rilievo assegnato allo smaltimento (espressione che è entrata pure nel linguaggio normativo) del contenzioso. L’individuazione del dato di eliminazione delle pendenze è divenuto il principale criterio di apprezzamento del lavoro dei giudici e dei dirigenti. Una tendenza da ultimo accentuatasi dalla necessità di conseguire gli obiettivi del Pnrr.

L’attenzione alla durata dei processi è certamente apprezzabile, tuttavia un processo giusto non è solo un processo breve, ma un processo in cui le ragioni delle parti sono pienamente valutate e che si conclude, almeno tendenzialmente, con una decisione di merito sulle loro domande, una decisione che in fatto (quando ci siano questioni di fatto) si avvicini il più possibile alla verità materiale. Mentre inquieta la tendenza a ricercare cause che possano giustificare dichiarazioni di inammissibilità che “accorciano” il processo ovvero condanne alle spese, anche a carico di parti deboli, che scoraggiano l’esercizio dell’azione civile.  

Lo hanno detto le sezioni unite civili della Cassazione, con sentenza n. 36596/2021: «Il principio della ragionevole durata del processo è certamente divenuto punto costante di riferimento nell’esegesi delle norme processuali, conducendo a privilegiare, sempre nel doveroso rispetto del dato letterale, opzioni contrarie a ogni inutile appesantimento del giudizio. Ma, come è stato sottolineato anche in dottrina, mai è dato al giudice, in nome del citato principio, eludere distinte norme processuali improntate alla realizzazione degli altri valori in cui pure si sostanzia il processo equo: e tali sono per l’appunto il diritto di difesa, il diritto al contraddittorio, e, in definitiva, il diritto a un giudizio nel quale le parti siano poste in condizioni di interloquire con compiutezza nelle varie fasi in cui esso si articola”. Prendendo in prestito le acute osservazioni di Giulio Cataldi va affermato che se quei diritti devono essere garantiti anche quando vanno in tensione con il principio costituzionale della ragionevole durata del processo, a maggior ragione questo deve valere rispetto agli obiettivi del Pnrr, oggetto di un mero negoziato politico.

Tutte le parti hanno diritto a un giudice che ascolti le loro ragioni. Tuttavia, nella magistratura deve crescere la consapevolezza che alcune di queste ripongono le speranze del loro futuro proprio in quel giudice e in quel giudizio; sicché, specie nei processi in cui si confrontano parti diseguali (danneggiati e assicurazioni, correntisti e banche, consumatori e grandi imprese, anche tecnologiche) e in cui sono coinvolti diritti primari (la salute, i beni patrimoniali necessari a garantire una vita indipendente, i dati personali), il processo è l’ultima garanzia che non può essere ridotta o sacrificata, per il raggiungimento di qualsiasi obiettivo efficientista, anche il più degno.

Il settore del lavoro…

Il crescere anche nel nostro paese delle disuguaglianze, accompagnate dalla stagnazione dei salari (che ha determinato la decrescita del loro effettivo potere di acquisto, un fenomeno questo solo italiano nel panorama europeo) sono verosimilmente tra le cause della ripresa di un significativo contenzioso nelle aule della giustizia del lavoro in materia di retribuzioni e condizioni “basiche” (molto basiche) di lavoro. A questo contenzioso è seguita una risposta giurisprudenziale tempestiva ed efficace, che ha interessato di necessità soprattutto i settori produttivi in cui il lavoro è più povero e insicuro: i servizi, la logistica, l’agricoltura, in genere tutti i lavori in cui è più diffuso il sistema degli appalti “parassitari” (finalizzati cioè solo a risparmiare costi e rischi della titolarità dei rapporti di lavoro). I giudici sono intervenuti interpretando e quindi applicando direttamente le norme costituzionali o conformando l’ordinamento interno a quello dell’Unione, attraverso l’interpretazione conforme o la disapplicazione delle disposizioni interne contrarie al diritto UE, in un dialogo sempre ricercato con il Giudice delle leggi e con la Corte di Giustizia.

Così in materia di appalti è stata ampliata la responsabilità dei committenti, per gli aspetti retributivi, ma anche quelli delle garanzie di sicurezza del lavoro; ancora, dando applicazione sempre più consapevole al diritto antidiscriminatorio di fonte europea, in agricoltura si è assicurato il diritto degli operai a tempo determinato alla retribuzione contrattuale e non alla paga per le sole ore lavorate; ancora e soprattutto, con alcune importanti decisioni della Corte di Cassazione, si è data piena applicazione al principio costituzionale di retribuzione sufficiente, anche a fronte di salari convenuti dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative.

E’ un dato, tuttavia, che questi interventi determino un’obiettiva tensione con le politiche dell’attuale maggioranza, una tensione meno visibile che in altri settori, maggiormente identitari per le forze di governo (come l’immigrazione), ma esistente e significativa.

Così, dopo le sentenze della Cassazione sulla retribuzione costituzionale sufficiente, più volte le forze di maggioranza hanno provato a “sterilizzare” le conseguenze per le imprese di quelle decisioni, tentando di introdurre (sempre in leggi complesse e dirette a disciplinare altro) disposizioni secondo cui, quando fosse stata accertata la violazione delle garanzie previste dall’art. 36 Cost. e fosse stato tuttavia provato che il datore di lavoro applicava un contratto sottoscritto da associazioni comparativamente più rappresentative (il cosiddetto contratto leader), il lavoratore avesse diritto alle differenze retributive, cioè alla giusta retribuzione prevista dall’art. 36 Cost., solo dalla data della domanda giudiziale. Nulla, di quella giusta retribuzione, sarebbe invece spettato per il passato. Un intervento che avrebbe ridotto in misura molto significativa le garanzie retributive dei lavoratori più poveri, che avrebbero perso ogni diritto sulle differenze arretrate del loro salario, derivanti dall’applicazione della norma costituzionale. In altri termini, fino alla data della domanda giudiziale, sarebbero stati sfruttati legalmente. Per contro un precetto costituzionale – quello contenuto nell’art. 36 – si sarebbe applicato solo a tempo.

Queste proposte di riforma sono state ritirate di fronte al coro di critiche che le aveva seguite. Altre però, forse anche più radicali, sono state approvate. Così, in materia di appalti, al crescente dibattito, anch’esso successivo alle decisioni della Cassazione sulla retribuzione costituzionale, in ordine alla possibilità di interpretare alcune delle norme vigenti in modo da assicurare la parità di trattamento tra dipendenti dei committenti e dipendenti degli appaltatori, ha fatto seguito l’approvazione del D.L.gs. 144/2025, portante “Deleghe al Governo in materia di retribuzione dei lavoratori e di contrattazione collettiva nonché di procedure di controllo e informazione”, entrato in vigore il 18 ottobre 2025. L’art. 1 comma 2 lett. b) di questo testo normativo delega il governo a emanare, decreti attuativi con i quali, tra l’altro, è tenuto a prevedere “per le società appaltatrici e subappaltatrici, negli appalti di servizi di qualunque tipo e settore, l’obbligo di riconoscere ai lavoratori coinvolti nell’esecuzione dell’appalto trattamenti economici complessivi minimi non inferiori a quelli previsti dai contratti collettivi nazionali di lavoro maggiormente applicati nel settore al quale si riferisce l’oggetto dell’appalto”.

Poiché è noto che la destrutturazione del processo produttivo in lunghe catene di appalti ha, come principale finalità, quella di risparmiare sui costi del lavoro, così che in questi settori il lavoro povero è particolarmente diffuso e siccome è pure noto che sono i datori a individuare il contratto collettivo che intendono applicare nella loro azienda, è piuttosto evidente che il contratto collettivo “maggiormente applicato” nel settore sarà verosimilmente quello maggiormente conveniente per le imprese di quello stesso settore.

E’ facile comprendere allora che individuare il contratto maggiormente applicato come parametro di calcolo della retribuzione costituzionale è un altro modo per legalizzare lo sfruttamento del lavoro, così da consentire alle imprese che pagano salari anche inferiori alla soglia di povertà di continuare a farlo. E merita ricordare quanto la compressione del costo del lavoro significhi in termini di riduzione degli strumenti (materiali e immateriali) per renderlo sicuro.

Lo conferma la terribile conta dei morti sul lavoro di questi anni: tutti gli infortuni più gravi hanno coinvolto lavoratori dipendenti o collaboratori di imprese appaltatrici o subappaltatrici.

…e le nuove sfide.

Il contrasto allo sfruttamento del lavoro povero ha aperto nuove frontiere giurisprudenziali, grazie all’applicazione delle nuove forme di controllo giurisdizionale delle attività d’impresa. Recenti iniziative delle autorità giudiziarie milanesi hanno portato alla luce forme di moderno e diffuso caporalato annidate nelle filiere produttive di importanti settori economici come la moda, la logistica e il delivery con un approccio che ha invero privilegiato più la dimensione “terapeutica” nei confronti delle aziende coinvolte che quella tradizionale di tipo meramente sanzionatorio.

Applicando a volte il d.lgs. 231/2001, altre il Codice antimafia o il controllo giudiziario ad hoc previsto per il reato di caporalato, la giurisprudenza ha promosso presso gli attori imprenditoriali forme di cambiamento organizzativo e produttivo volti a sanare i contesti illeciti contestati e, al contempo, a scongiurare analoghi rischi per il futuro. Si tratta di un modello di intervento, d’altro canto, che incarna la ben nota filosofia del “bastone e della carota” nel campo del contrasto alla criminalità d’impresa, filosofia che ultimamente è stata ancor più valorizzata dalla proposta di riforma della responsabilità da reato degli enti elaborata da un Tavolo tecnico coordinato da Giorgio Fidelbo e consegnata al Ministro della giustizia a dicembre. In tale proposta, infatti, si prevede tra l’altro il nuovo istituto della “messa alla prova” per l’azienda accusata di aver consentito la realizzazione di reati nel proprio perimetro di attività che adottando un adeguato modello organizzativo in grado di scongiurare eventi del tipo di quelli verificatisi ottiene la chiusura del processo senza ulteriori profili sanzionatori. E’, questa, una direzione di marcia per la quale occorre attrezzarsi culturalmente e che, se perseguita fino in fondo, potrebbe dare risultati finora insperati sul fronte della tutela concreta ed effettiva dei diritti deboli, senza compromettere la continuità aziendale delle imprese interessate da fenomeni di illegalità e anzi promuovendone la rigenerazione organizzativa e produttiva.

L’intelligenza artificiale.

L’innovazione digitale e lo sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale stanno incidendo profondamente anche sull’amministrazione della giustizia, offrendo strumenti capaci di ampliare l’accessibilità alle decisioni, migliorare la trasparenza e favorire la conoscenza degli orientamenti giurisprudenziali attraverso l’analisi delle grandi banche dati. Queste potenzialità possono contribuire a rafforzare principi fondamentali quali la certezza del diritto, la prevedibilità delle decisioni e la ragionevole durata del processo. Tuttavia, l’uso dell’IA nella giurisdizione deve restare rigorosamente strumentale all’attività del giudice e non tradursi in una delega della decisione a modelli statistici o algoritmici.

Il quadro normativo delineato dalla AI Act (Regolamento UE 2024/1689) e dalla Legge italiana sull’Intelligenza Artificiale n. 132/2025, riafferma infatti la centralità della responsabilità umana nella valutazione dei fatti, delle prove e nell’interpretazione della legge, ponendo limiti all’automazione decisionale e richiedendo elevati standard di trasparenza, qualità dei dati e supervisione umana. In questa prospettiva, l’introduzione dell’IA nella giustizia deve essere governata in modo coerente con i principi costituzionali del giusto processo, del contraddittorio e dell’obbligo di motivazione, evitando il rischio che strumenti formalmente ausiliari finiscano per condizionare in modo occulto il ragionamento giudiziario e per ridurre lo spazio dell’interpretazione, del dissenso e dell’ascolto che costituiscono il nucleo umano della funzione giurisdizionale.

E’ un settore decisivo nel quale, al pari di quanto accaduto per la digitalizzazione del processo penale, il Ministero della Giustizia sta assumendo un ruolo determinante a discapito del Csm, nonostante le evidenti ricadute che le scelte gestionali assumono sulla giurisdizione, mentre nella magistratura, oltre alle preoccupazioni per i ritardi nell’alfabetizzazione digitale, non si è ancora presa autentica coscienza di quanto e come l’intelligenza artificiale possa mutare lo stesso statuto sostanziale del magistrato.

Magistratura democratica, presente e futuro.  

La crisi epocale, segnata dalla “terza guerra mondiale e pezzi” e dalla prepotente percezione che stia diventando la forza e non più il diritto il criterio regolatore dei rapporti, è il segnale più evidente che siamo in una fase di passaggio nella quale il futuro ha contorni sfumati, poco decifrabili.

In questo contesto, aggravato dall’incognita sugli esiti referendari, l’incertezza può indurre allo scoramento, perché non è chiaro come orientare il nostro cammino di gruppo, mentre ogni iniziativa appare inadeguata rispetto allo strapotere della logica della forza. Senza un chiaro riferimento è facile perdere l’orientamento, non cogliere occasioni, sbagliare le scelte, farsi scarrocciare dal mare agitato che percorriamo, per poi ritrovarci molte miglia distanti da dove pensavamo di essere diretti.

Ebbene, la bussola che ha governato, sin qui, l’azione dell’Esecutivo di Magistratura democratica e che vi propongo ancora per il futuro, è la nostra identità; perché questa è stata capace di fornirci il criterio in base al quale orientare le scelte, impendendoci di cedere all’istinto, all’emotività oppure a valutazioni superficiali, dettate dalla contingenza; la fedeltà alla nostra identità, dunque, è stato il criterio discretivo fondamentale di questa stagione e io vi propongo che lo sia anche per il prossimo futuro.

Per questo è utile tornare a parlare della nostra identità, provare a declinarla nel nostro presente, usarla per aiutarci a dischiudere il nostro futuro, farne il cuore pulsante del dibattito in questo Congresso. In particolare, credo che dobbiamo chiederci quale sia il nostro tratto identitario irrinunciabile; laddove l’aggettivo irrinunciabile non è l’espressione di un pregiudizio ideologico, ma costituisce, piuttosto, la nostra essenza fondativa, la nostra ragion d’essere.

Io credo che questa essenza la si possa rinvenire in due tratti caratteristici fondamentali da cui discendono una serie di corollari.

L’anti-corporativismo è il nostro tratto caratteristico distintivo principale, perché descrittivo di una postura associativa e professionale, capace di segnare con precisione la rotta.

La giustificazione fondante questa postura, infatti, è data dalla preoccupazione di non restare imprigionati dalla logica e dalla prospettiva del potere che, pure, esercitiamo. Esserne consapevoli significa prestare attenzione alle tentazioni del potere che si rivelano nei concreti modi con cui ci relazioniamo, nei rischi dell’auto-referenzialità, della percezione di sé in cui si enfatizzano i tratti di istituzione autoritaria, piuttosto che prossima ai bisogni e alle domande di giustizia che bussano alle nostre porte. Solo una magistratura consapevole delle tentazioni del potere a cui è ogni giorno sottoposta, può essere capace di contenerle e governarle quelle tentazioni, meglio se dentro un discorso e un confronto collettivo. Il potere è consustanziale alla nostra attività professionale, ma essere consapevoli di quanto sia “terribile” ci aiuterà a declinarlo secondo la logica del servizio, individuato quale il parametro di misura dell’esercizio del potere e perciò anche suo limite invalicabile.

Una magistratura che si nutre di queste consapevolezze e che le misura in un confronto collettivo, funzionale a coglierle e anestetizzarle, ha bisogno della prossimità sociale, quale strumento trasformativo dell’esercizio del potere, per declinarlo in svolgimento di un servizio. Una magistratura di prossimità comprende che per accrescere queste consapevolezze abbiamo la necessità di garantirci un confronto con la società, con il mondo esterno alla magistratura. Solo da questa prospettiva esterna, infatti, riconosciamo che è possibile sapere veramente chi siamo, vedere rivelati i nostri difetti, comprendere meglio quali siano i nostri campi di azione, intendere come migliorare e rendere più efficace ed efficiente il servizio (per quanto di nostra competenza). Ma, soprattutto, è proprio il confronto con la prospettiva esterna che ci svelerà le tentazioni del potere in cui siamo rimasti impigliati. Dentro questo approccio si giustifica la critica ai provvedimenti giudiziari, intesa non già quale rimbrotto di una magistratura che si percepisce migliore di un’altra, ma quale contributo umile e rispettoso, necessario per aprire la corporazione alla fecondità del dibattito pubblico sui temi della giustizia, informandolo della complessità del decidere.

Definire con maggiore precisione le ragioni del nostro anti-corporativismo non è solo un esercizio di riscoperta identitaria, ma è anche un modo per arrivare preparati alle sfide culturali che ci attendono.

Nel dibattito dentro e fuori la magistratura, infatti, è sempre più accettata la necessità che il magistrato non solo sia, ma appaia anche imparziale. Si tratta di un requisito fondamentale, giacché l’apparenza di imparzialità è posta a tutela della fiducia del popolo nella giustizia amministrata in suo nome (art. 101 della Costituzione). Sul tema ha detto Nello Rossi, con la consueta lucidità, che «si può essere rigorosi difensori della libertà di manifestazione del pensiero del magistrato cittadino e al tempo stesso provare fastidio e criticare le cadute di stile e le torsioni poste in essere, sul terreno del discorso pubblico e della comunicazione, ad opera di alcuni magistrati». Una sollecitazione alla sobrietà comunicativa, quale espressione dell’equilibrio e della capacità di ascolto che restano due indispensabili pre-requisiti professionali del magistrato.

Tuttavia, si sta diffondendo, anche dentro la magistratura, una declinazione regressiva di questo principio che vuole imporre al magistrato una sorta di chiusura illibata nella corporazione, premessa per un’autoreferenzialità asfittica nella quale coltivare i peggiori pregiudizi, senza alcun autentico controllo. E’ un tema rispetto al quale il gruppo è chiamato ad avviare una riflessione all’esito della quale condensare una proposta forte su cui coinvolgere tutta la magistratura e la cultura giuridica in un dibattito capace di vincere i pregiudizi e individuare una posizione equilibrata che consenta di definire i perimetri e di individuare criteri e modi condivisi di partecipazione del magistrato al dibattito sui temi dei diritti e su quelli sociali.  

L’altro tratto caratteristico irrinunciabile della nostra identità è guardare il diritto e il sistema giudiziario nel suo complesso dalla prospettiva dei più deboli. Si tratta, infatti, di una prospettiva che fornisce strumenti utili non solo a calibrare il gradiente interpretativo giurisdizionale, ma anche a modellare la nostra postura professionale, relazionale e associativa.

Le disuguaglianze e la logica del più forte, diventando rispettivamente effetto e strumento dello spirito del tempo a cui accennavo in premessa, si insinuano nelle dinamiche concrete dei nostri fascicoli e ci interrogano sul nostro ruolo.

Non è solo dentro il nostro gruppo che sono state elaborate le interpretazioni più efficaci al fine di garantire il rispetto degli articoli 2 e 3 della Costituzione; di questo dobbiamo essere per un verso consapevoli, per altro grati, perché significa che vi è una sensibilità diffusa che prescinde da noi e che può arricchirci. In questo senso, vanno intese le più recenti iniziative assunte dal gruppo sul tema del lavoro povero e sfruttato e dei rimedi che dal diritto del lavoro a quello del penale e delle misure di prevenzione, sono stati messi in campo da una magistratura vivace, curiosa, attenta alle tutele ultime, impavida di fronte ai tentativi, anche mediatici, di intimidirne l’operato. E ugualmente – anzi ancora più drammaticamente – è avvenuto sul tema dei migranti.    

Dentro la prospettiva degli ultimi, sta anche la nostra postura ordinamentale che rifiuta la logica della carriera e si batte per una magistratura orizzontale. Dobbiamo essere consapevoli che sta sempre più crescendo nella magistratura la dimensione del capo, del dirigente, interpretato alla stregua di un soggetto estratto dall’esercizio concreto della giurisdizione. La comprensibile necessità di coltivare specializzazioni e di condividere soluzioni e modelli organizzativi ha dato vita a circuiti comunicativi chiusi in cui i dirigenti dialogano tra loro, generando – di fatto e inconsapevolmente – una sub-corporazione autoreferenziale. Affermare la necessità di dirigenti adeguati, di non disperdere le professionalità così acquisite, sta – di fatto – generando un corpo che tende a estraniarsi dalla giurisdizione e dalle sue problematiche concrete, in nome dell’efficienza e dei risultati statistici, creando una sub-corporazione elitaria che finisce per stimolare il carrierismo. E’ una tendenza che affiora carsicamente, ma che appare figlia di una prospettiva che immagina per il futuro della magistratura un governo, anche delle sue dinamiche ordinamentali e associative, assegnato a gruppi di ottimati chiamati a pascere un gregge disorientato. Si apre così un altro campo di confronto per Magistratura democratica, al fine di rimettere in equilibrio i rapporti ed esaltare l’orizzontalità della magistratura qualificandola come requisito primario e indispensabile, a fronte del quale altre cogenti esigenze debbono restare recessive. Ma è evidente come questa battaglia culturale dentro la magistratura non possa attecchire se non saremo primi protagonisti di scelte e comportamenti – individuali e di gruppo – che testimoniano la nostra concreta cura dell’orizzontalità.

Coerenti con questa traccia politica che rifiuta l’autoreferenzialità, l’aristocrazia culturale e il separatismo, abbiamo tentato di fare di Magistratura democratica uno spazio aperto al confronto, capace di declinare le molte complessità che ci interrogano senza pregiudizi, ma coltivando la logica dell’apertura e del dubbio. Non abbiamo fatto proselitismo, piuttosto ci siamo fatti conoscere vincendo pregiudizi caricaturali che ci vengono anche dall’interno della magistratura. Per farlo ci siamo presentati e siamo stati percepiti  come un gruppo curioso e aperto che andava a intercettare – nella concretezza di iniziative sui diritti spesso esterne alla corporazione (dal carcere, alla conoscenza dei luoghi della marginalità delle nostre periferie, sino al confronto con associazioni impegnate nel sociale o anche alla semplice presentazione di libri) – colleghi vogliosi di interrogarsi più a fondo sul senso di questo lavoro, sulle dinamiche sociali in cui si inserisce, sui temi di fondo del giudicare e dell’investigare. La percezione è che tutto questo abbia avuto un effetto attrattivo, consentendoci di avvicinare magistrati con cui avremmo fatto fatica a dialogare se fossimo rimasti chiusi in una gretta logica identitaria respingente (a difesa del villaggio) che, in realtà, è la negazione della nostra vera essenza, del nostro principio e fondamento.

Per questo, con modi differenti – che dipendono anche dalle dimensioni e dal consolidamento negli uffici delle varie Sezioni – da Milano a Reggio Calabria, con creatività e spirito innovativo, abbiamo generato proposte e modalità di stare insieme a magistrati non iscritti, dando loro spazio di confronto e concreta visibilità. Così, specie con quelli più giovani, ci siamo aperti a nuove prospettive che hanno condotto a straordinari risultati elettorali (in particolare proprio a Milano). Non è stata un’operazione elettorale, ma piuttosto la necessità di coinvolgere magistrati vivaci e sensibili che non trovavano spazi liberi dentro i meccanismi associativi e che, tuttavia, si sono fatti portatori di nuovi bisogni e domande dentro cui elaborare risposte comuni che da soli non saremmo stati in grado di dare. I tratti minimi comuni sono stati: una sensibilità aperta ai diritti degli ultimi; la spinta verso l’affermazione dell’orizzontalità quale criterio relazionale interno alla magistratura, ispirato dalla sana necessità di un’autoriforma ordinamentale ed etica; l’urgenza di innovare i modi e la comunicazione dell’associazionismo. Ne sono generate nuove aggregazioni nelle quali abbiamo operato senza la smania di proselitismo, ma con autentico e generoso spirito dialogante.   

Per questo, l’apertura al confronto, l’attitudine alla contaminazione, la postura accogliente sono – a mio giudizio – caratteri identitari di Magistratura democratica sia nella gestione dei rapporti “esterni” alla corporazione sia nella gestione di quelli “interni” alla stessa. Ed è per questo che io auspico che Magistratura democratica possa continuare a essere un gruppo vivacizzato da una sana inquietudine, curioso di conoscere e perciò avido di confronti, geloso di un’identità che, però, è anche apertura alla contaminazione, dentro la quale coltivare e affinare la nostra essenza irrinunciabile, per declinarla secondo le rime che il futuro ci detterà.

Questo approccio deve tornare ad essere anche un tratto interno al nostro dibattito. Io credo che in Magistratura democratica, dentro quella irrinunciabile identità essenziale, ci siano differenze che abbiamo sopito per via della contingenza storica che ci ha costretto a serrare le fila per garantirci una rinascita. Ora che il gruppo ha affermato e consolidato la sua presenza associativa, è tempo di ridare fiato al confronto interno; perché, lo sappiamo bene, è proprio questa sana conflittualità interna che è stata capace di consentirci di andare al fondo delle cose e trovare soluzioni creative che solo un confronto schietto, autentico – anche ruvido se necessario – può garantire. La storica capacità del gruppo di essere riconosciuto quale intellettuale collettivo visionario, eretico, inquieto, creativo e perciò agorà attraente, ci viene proprio da una sana conflittualità interna. A questo scopo, tra gli ulteriori temi che immagino possano coinvolgere il nostro futuro dibattito vi sono, ad esempio: la tensione tra garantismo e contrasto ai sistemi criminali, oppure i confini della discrezionalità politica del Csm, a fronte della necessità di scelte comprensibili e prevedibili.

Accettare e anzi stimolare la conflittuale culturale interna, tuttavia, impone di dotarci di un metodo di confronto e di sintesi adeguato. Questo Esecutivo l’ha individuato nella sinodalità che abbiamo eletto a metodo identitario delle scelte interne.

La sinodalità quale criterio di governo del gruppo è il frutto della consapevolezza che le differenze sono una caratteristica della società globale, una condizione strutturale. Pretendere che nel suo piccolo Magistratura democratica o anche l’intera magistratura associata si esprima in modo uniforme e monocorde, significa ignorare questa trasformazione che attraversa la modernità. La coesione non può essere cercata nell’uniformità, ma nella capacità di accogliere e armonizzare il molteplice. Solo questo ci salva dall’individualismo asfittico e ci restituisce il senso e lo spirito di una comunità che non è governata dalla logica del più forte, dalla logica della maggioranza, che non si affida a élite di illuminati, ma persegue la sinodalità come criterio di sintesi delle diversità, come luogo di esaltazione dei singoli talenti che si percepiscono funzionali al benessere collettivo. L’unanimismo omogeneo e tranquillizzante impigrisce le coscienze e anestetizza le comprensioni; per questo i conflitti sono essenziali alla salute di un gruppo; per questo propongo di iniziare una stagione in cui piuttosto che evitarli, eluderli, dobbiamo sforzarci di capire come riuscire a interpretare i conflitti in modo creativo, per scioglierne i nodi in una prospettiva di sintesi comune.

La realtà, infatti, è fluida, attraversata da conflitti non sempre risolvibili in modo lineare. Eppure, proprio da questa complessità può nascere qualcosa di vitale, se si ha il coraggio di affrontarla senza paura. Continuare a ragionare, dentro l’associazionismo della magistratura, in termini di antichi schieramenti precostituiti, non ci consente di guardare a una realtà che è molto più variegata, insofferente agli schemi dei gruppi attuali, in cerca di nuove forme di interpretazione e rappresentazione.

Io credo e vi chiedo invece, se questo non sia il tempo in cui alcuni tratti accessori, storici della nostra identità culturale debbano essere contaminati, messi in discussione dalle nuove spinte che avanzano, ferme quelle caratteristiche irrinunciabili che ho tentato di tratteggiare sopra.

La tutela dell’identità, se non vuole essere strumento di anestesia delle differenze, secondo logiche di maggioranza, governate da élite di ottimati (scimmiottando cioè lo spirito del tempo) si realizza in un processo, lento e spesso faticoso: non evitando i conflitti ma attraversandoli con uno sguardo profondo, che non accetta la semplificazione delle polarizzazioni perché è consapevole che la capacità di tenere insieme le differenze è la sfida più urgente, per qualunque ente collettivo che non si voglia arrendere allo spirito del tempo, ma che, anzi, voglia esercitare una resistenza sobria, ma salda alla prepotenza individuale, alla logica del più forte, del più numeroso, del più ricco che quello spirito incarna.

In coerenza con questo approccio, auspico che Magistratura democratica possa continuare a essere uno spazio aperto e vivace al confronto e alla contaminazione.

Questione Giustizia.

La rivista promossa da Magistratura democratica è il nostro orgoglio e in questi anni ha contribuito in modo significativo al dibattito pubblico sui temi della giustizia, dello Stato di diritto e della tutela dei diritti fondamentali, attraverso, in particolare, i numerosi contributi dedicati alla riforma costituzionale dell’ordinamento giudiziario, all’uso del diritto penale quale strumento di aggregazione del consenso, all’impatto dell’intelligenza artificiale sulla giurisdizione, alla conoscenza della giovane magistratura.

Accanto a tali approfondimenti, la rivista ha ospitato interventi di studiosi e magistrati che hanno discusso il rapporto tra magistratura e democrazia costituzionale, evidenziando i rischi di delegittimazione dell’ordine giudiziario e le trasformazioni del governo autonomo della magistratura nel contesto europeo. In questo quadro si inseriscono anche contributi e documenti di particolare rilevanza internazionale, come la pubblicazione della dichiarazione dell’associazione europea dei magistrati Medel sulla riforma italiana, che richiama l’attenzione sui possibili effetti della separazione delle carriere sull’indipendenza del pubblico ministero e sull’equilibrio costituzionale del sistema giudiziario. 

Insomma, Questione Giustizia si è confermata negli ultimi anni non solo quale luogo di elaborazione culturale e giuridica, ma anche quale spazio aperto di confronto tra magistratura, accademia e società civile, capace di promuovere un dibattito rigoroso e pluralista sui temi più rilevanti per la giustizia e per la tenuta dello Stato costituzionale di diritto. 

Uno sforzo garantito dal lavoro straordinario di tutta la direzione e dalla dedizione speciale e dalla fantasia redazionale con cui Nello Rossi la sta guidando unitamente alle vicedirettrici Rita Sanlorenzo ed Ezia Maccora.

E’, però, necessario coinvolgere sempre più giovani magistrati nella rivista dando loro spazi autonomi di azione nei quali coltivare le loro attitudini e nuove modalità comunicative; sebbene “lo spillo” dimostri come Nello Rossi continui a essere il più giovane di tutti!

Il Gruppo comunicazione.

Avviato dal precedente Esecutivo e consolidatosi con quest’ultimo, il Gruppo comunicazione è una realtà pullulante di iniziative editoriali che ha garantito una consulenza mediatica indispensabile per la dirigenza di Magistratura democratica. Il progressivo affinamento dei modi e metodi ha perfettamente integrato nel gruppo Edoardo Pivanti e Massimiliano Cordeddu, mentre la lungimiranza di Giuseppe Battarino e la paziente costanza di Letizio Magliaro hanno garantito la perfetta continuità tra la catena operativa e quella di elaborazione redazionale. La Newsletter di Magistratura democratica è diventata un periodico quindicinale puntuale nel quale si condensano il lavoro del gruppo e le sue elaborazioni culturali. Uno strumento distribuito capillarmente all’interno della magistratura, ma anche in un cerchio esterno di persone istituzionalmente coinvolte sul tema dei diritti e della giustizia.

La più recente campagna elettorale referendaria ha consentito al Gruppo comunicazione di avviare un’imponente attività social che ha registrato un numero impressionante di follower e di visualizzazioni, garantendo al gruppo una presenza percepita e attiva nell’agorà mediatica più frequentato dalle giovani generazioni. Accanto a questo abbiamo consentito a un gruppo di giovani di sperimentarsi, in sinergia con un’agenzia specializzata, alla creazione di nuovi strumenti social, noti come “Md_tutti”, espressione iconica di un gruppo aperto, curioso e vivace.

Credo che Magistratura democratica dovrà continuare a investire in questa direzione. La capacità del marchio di imporsi mediaticamente è soverchiante le nostre capacità rappresentative, ma proprio per questo è necessario manutenere e coltivare l’immagine del gruppo, attraverso un saldo flusso comunicativo tra Esecutivo e Gruppo comunicazione che consenta a quest’ultimo di operare tempestivamente, con il timing indispensabile a garantire l’efficienza della comunicazione.

Una breve comunicazione personale

Quando ho accettato di assumere l’incarico di segretario nazionale, quasi cinque anni fa, l’ho fatto con un senso di inadeguatezza che non mi ha abbandonato, ma anche nella consapevolezza che non potevo sottrarmi a quella chiamata, senza tradire la gratitudine verso un gruppo, grazie al quale ho potuto svolgere con migliore consapevolezza il mio lavoro di magistrato, sentendomi parte di un collettivo pensante.

Lascio l’incarico con immutato senso di inadeguatezza, ma con un’ancora più profondo senso di gratitudine, misto all’autentica meraviglia per la straordinaria capacità di Magistratura democratica di trovare sempre nuove ricchezze e sorprendenti talenti.

Per questo ringrazio tutti i componenti dei due ultimi Esecutivi e specialmente le Presidenti: Cinzia Barillà e Silvia Albano che, ognuna per suo conto e con le rispettive attitudini, sono state straordinarie compagne di viaggio. Tuttavia, consentitemi una menzione speciale per Simone Silvestri la cui generosità e dedizione sono state superlative; Simone ha incarnato l’ideale di quel dirigente che mette il gruppo, prima della sua stessa persona, costituendo per tutti noi, anche nei momenti più complessi, un modello che ci ha restituito speranza e stimoli.

Buon congresso a tutte e a tutti!

                              Stefano Musolino

Questa relazione è frutto di un lavoro collettivo, fatto di scambi e confronti che hanno coinvolto tutta la dirigenza nazionale e locale di Magistratura democratica, a partire dall’Esecutivo nazionale.

Tuttavia, un ringraziamento speciale per gli specifici contributi apportati va a: Andrea Natale, Simone Silvestri, Elisabetta Tarquini, Stefano Celli, Marco Patarnello.

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