La lettera

Le risposte all'aspirante magistrato

"La lettera di un aspirante magistrato" pubblicata qualche giorno fa ha suscitato molto interesse. Migliaia di lettori, commenti sui social network e mailing list, a testimonianza del grande interesse per il tema. Per questo la redazione del sito ha deciso di ospitare una serie di risposte e consigli ai dubbi espressi dall'autore dello scritto. Pubblichiamo le prime tre a firma di Roberto Braccialini (giudice trib. di Genova), Maria Giuliana Civinini (presidente di sezione Trib. di Livorno, giudice da 31 anni) e di Ignazio Abbadessa (Mot presso il Trib. di Bari dal 2014)

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Caro giovane magistrato in pectore (è il mio più sincero augurio),
 
nessun disturbo: capisco il tuo caso perché anch'io non avevo santi in paradiso e venivo da una famiglia monoreddito, anzi il nostro reddito era solo quello che procuravo io come lavoratore studente.

Francamente non saprei come aiutarti. Ai miei temi, nel 1985, potevi lavorare come dipendente (non era così difficile come oggi) e anche studiare per il concorso in magistratura (e questo mi sembra invece oggi impraticabile, senza sostegno famigliare).

Posso solo auspicare e augurare, a te ed a tutta la magistratura, che l' idea di una formazione comune sul modello tedesco, con praticantato pagato dall'erario, possa andare in porto rapidamente proprio per evitare la deriva classista che colgo nell'aria - al di là della sicura simpatia e freschezza delle nuove generazioni - ad ogni tornata di nuovi magistrati che entrano.

Nel frattempo posso assicurarti che lo stage dei 18 mesi ex art. 73, almeno nella mia esperienza, è utile ed è anzi più utile sul versante formativo del tirocinante, che non su quello delle immediate "utilità aziendali" per l'affidatario.

Sicuramente, nel tribunale a cui ti sei rivolto,  troverai magistrati disponibili a insegnarti parecchio, anche semplicemente stando a vedere come lavorano.

Roberto Braccialini (giudice Tribunale di Genova)

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Caro P.D.,

Da 31 anni e più faccio il giudice con la passione civica e l'entusiasmo che mi spinse, ancora sui banchi del liceo, a studiare legge (e non filologia classica) perché .... volevo fare un lavoro che fosse utile alla società. Immaginerai allora con che piacere ti sento parlare del (successo nel) concorso in magistratura come il sogno della tua vita, un sogno supportato dalla tua determinazione e da una famiglia affettuosa e pronta a fare i necessari sacrifici.

Certo, le difficoltà disseminate sul percorso per accedere al concorso sono molte e mettono a dura prova il principio costituzionale di uguaglianza e l'idea - che sta dietro alla selezione per concorso e prove scritte anonime - per cui il corpo della magistratura deve essere vitale e piena espressione della società in tutte le sue componenti.

Quell'idea che ha consentito, nel corso degli anni '50 e '60 di rompere l'unità di classe della magistratura che era uscita dal fascismo e di attuare i principi costituzionali prima di tutto attraverso lo strumento dirompente dell'interpretazione adeguatrice; quell'idea che ha consentito alle donne, escluse dall'accesso alla magistratura e altri impieghi da una visione antistorica e paternalistica dei costituenti (non a caso detti "padri"), di arrivare in tempi relativamente rapidi ad un accesso paritario alla professione. 

Un sistema che, per ovviare all'eccesso di candidati, costruisce barriere all'accesso richiedendo un precedente titolo o una precedente esperienza professionale, incide inevitabilmente sulle condizioni di accesso restringendo le possibilità di chi non ha una famiglia economicamente robusta alle spalle. Si tratta di una questione che giustamente sottolinei e che dovrebbe essere ripresa con più energia dalla magistratura associata e dai giuristi che si dicono democratici in genere.

Io faccio parte di una generazione che ha avuto ancora la fortuna di poter partecipare al concorso a pochi mesi di distanza dalla laurea, dopo un breve corso che le tre Università toscane organizzarono col supporto finanziario della Regione per alcuni anni a partire dal 1980 e che era strettamente finalizzato alle prove scritte, con trattazione di argomenti teorici e casi giurisprudenziali, redazione individuale e discussione collettiva di temi. Oggi il raggiungimento dei requisiti concorsuali non insegna necessariamente come superare il concorso e rappresenta spesso una ripetizione quantomeno parziale di quello che si è studiato all'università e una anticipazione sempre parziale di approfondimenti che attendono i vincitori nel corso del tirocinio e della formazione iniziale.

Il mio suggerimento, lo stesso che ho dato al mio figliolo, e quello di scegliere la via più corta e la più "economica" nel rapporto costo/risultato: la pratica forense e l'esame di avvocato che consente sia l'esercizio di una professione difficile in tempi di crisi ma potenzialmente appassionante sia l'accesso al concorso.

La via della scuola+tirocinio negli uffici giudiziari può essere molto formativa ma è troppo lunga, senza contare che, per come è costruita la nostra carriera é comunque il tirocinio quale MOT che da al giovane magistrato gli strumenti professionali e deontologici, la cassetta degli attrezzi per esercitare la funzione .... e che aver visto il proprio lavoro dal punto di vista delle parti, degli imputati, delle vittime, dei difensori dà una marcia in più al magistrato, garante e promotore di diritti.    

Maria Giuliana Civinini (presidente di sezione tribunale di Livorno)

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Carissimo, 

Mi son permesso di inviarti questo pensiero perché non più di qualche anno fa anch’io ricercavo le tue stesse risposte e condividevo le tue riflessioni. Come te mi sono iscritto all’università perché sognavo di diventare magistrato, del resto, appartengo a quella generazione di giovani che a 10, 11, 12 anni ha visto autostrade saltare in aria per togliere di mezzo chi “faceva il proprio dovere”.

A differenza tua, però, anche dopo l’università ho avuto sempre le stesse idee chiare, frutto di quella testardaggine che mi riconosco e riconoscono: ho sempre pensato che il mio dovere consistesse nel cercare di realizzare quanto di più bello mi potesse capitare, il sogno di “fare il magistrato”.

Mi sono iscritto alla SSPL, perdita di tempo e soldi ma anche opportunità di entrare in contatto con tanti modelli, professionali e di vita. Lì, infatti, ho avuto la fortuna di conoscere magistrati, accademici, avvocati portatori di valori ed esempi che tuttora cerco di fare miei. Lì mi sono confrontato con tanti coetanei che si trovavano nella mia stessa condizione esistenziale, ho trovato amici che porterò per sempre con me e con cui ho condiviso la parte, al momento, più faticosa ma allo stesso tempo più bella della mia vita.

Ho avuto la fortuna di poter essere sempre supportato da genitori che mi han permesso di investire, netti, cinque anni di vita (dai 25 ai 30 anni) in studi, corsi, libri. Ho pensato a quanto fosse dispendioso sacrificare soldi, anni di vita, affetti ed esperienze, per un investimento, soprattutto, ad altissimo rischio di fallimento. Sì perché, che lo si ammetta o meno, realizzare i propri sogni implica accedere ad una consistente dose di fortuna.

Ho avuto, spesso, paura di non farcela, paura di buttare al vento tutti questi sacrifici, miei e di chi mi era intorno, soprattutto dopo lo scotto dell’insuccesso del primo concorso e dopo aver capito che, in giro, per noi giovani giuristi, c’è tanta concorrenza, anche di altissimo livello, a cospetto a poche, sporadiche, opportunità di affermazione.

Mi sono però, anche follemente, convinto che, in fondo, ce l’avrei fatta comunque, ad avere una vita dignitosa, come dici tu, perché ho capito che, se molte vicende umane sono decisamente connotate dal fattore fortuna, e su ciò prima o poi bisogna farsene una ragione, è anche vero che l’impegno, la forza di volontà, la preparazione, in una parola il merito, prima o poi ripagano degli sforzi fatti.

E allora ci ho messo tutta la forza e la determinazione possibili, consapevole che solo così mi sarei messo a posto con la coscienza e avrei corso il più veloce possibile verso la mia fortuna. E alla fine é arrivata la fortuna.

Nel giro di qualche mese ho superato alla grande l’esame di abilitazione per la professione forense, dopo aver superato brillantemente gli scritti (e se studi “seriamente” per il concorso gli scritti da avvocato li superi “sorridendo”), ho vinto un dottorato con borsa (perché sì il concorso, ma crearsi un’alternativa e magari una fonte se pur minima di guadagno...aiuta!), ho superato gli scritti di magistratura, al secondo tentativo e, dopo, anche i disumani orali.

Che consigliarti allora? Studia tanto e bene, sempre con la stessa intensità e passione, credi nel percorso che hai intrapreso e, anche follemente, convinciti di potercela fare.
Dedica la maggior parte della giornate a studiare, a prescindere dal fatto che lavori, fai tirocinio, frequenti la scuola.Riprendi l’esercizio della scrittura, saper scrivere é fondamentale per superare il concorso e per la professione in genere.

Questa fase della tua vita dedicala a chiarirti le idee, a pianificare il tuo prossimo futuro, ad investire sul tuo futuro. La preoccupazione di non farcela volgila a tuo vantaggio, come fame e fretta di arrivare lì dove sai di poterti sentire realizzato.

Ora, quanto al tuo percorso di avvicinamento, come detto, ti consiglio di organizzarlo in modo da destinare la maggior parte del tempo allo studio tradizionale, magari segui uno dei tanti corsi di preparazione ma sempre partendo dal presupposto che il lavoro più significativo sarà quello che svolgerai a casa.
In ogni caso, mettici tanta forza di volontà e tanta passione, presto ti accorgerai di quanto sei vicino al tuo sogno.
Tifo per te.

Ignazio Abbadessa (Mot Bari dm 20.2.2014)
 
 

11 giugno 2014
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